La voce dei miei sbagli

Ci sono giorni in cui non ho alcun motivo per alzarmi dal letto. Anzi, ne avrei cinque o sei, come cinque o sei sono le cose da fare, e molte di più le persone per cui dovrei farle. Il guaio è che tra tutte quelle persone io non figuro, in quei giorni.

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I racconti del Parco Sempione

Nel 2016 ero una pigra studentessa universitaria che perdeva molto tempo ad osservare oggetti comuni, costruendoci sopra castelli di parole, di storie. Nei miei lunghi viaggi in pullman, mi ritrovai a scrivere così un racconto per ogni oggetto: una foglia, un cubo di Rubik, un annaffiatoio azzurro. Racconti indipendenti ma collegati fra loro, estranei che si chiamano l’un l’altro, come due sconosciuti che si incrociano ogni giorno al Parco Sempione.

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Planare

Il momento più bello del volo è l’atterraggio. Soprattutto se si atterra di giorno, col sole. Soprattutto se si atterra in Sicilia.

Dopo quasi due anni torno a pendolare verso la mia famiglia, volando verso Sud. L’aereo inizia la discesa verso mezzogiorno, in una giornata serena di fine maggio. Nel cielo limpido, il sole illumina quasi a perpendicolo il caldo mosaico di terra sotto i nostri piedi. è la larga campagna catanese, che si stende fino ai bordi della città, lasciando ai margini signora Etna, scura e grossa e con la cima immersa in una leggera foschia.

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Resti presente

Mentre scrivo, il 26 maggio, è il compleanno di una persona cara che ci ha preceduto nell’altrove, troppo presto e senza avvisare. Recupero un pensiero di cinque anni fa, a dolore ancora caldo, quando non riuscivo a mettere il suo nome nel passato. In questi anni ne ho avuto la conferma: se si è amato, tutto resta presente. Oggi è il suo compleanno.

Ogni tanto arriva. Ogni tanto sgomita fuori dalla calca dei pensieri il bisogno di ricordarti – non tanto nella tua identità complessiva, quanto nel tuo essere corpo.

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Un corpo senza voce

Quante volte aveva urlato da piccola, la minuscola bambina prodigiosa, per gioia o per capriccio o per tristezza, non è possibile contarle. Ogni volta, sapeva che qualcuno l’avrebbe ascoltata, confortata, sgridata forse.
Qualcuno l’avrebbe sentita, si sarebbe accorto della sua esistenza.

Anche più avanti, crescendo, questa sua voce continuava a risuonare, a dare conferma di sé. Certo, non che fosse sempre facile usarla con fermezza, ma questa è, sarà, un’altra storia.
Tuttavia, esisteva: era avvertita all’esterno. E con essa – grazie ad essa -, era sicura di esistere anche lei.

Tranne quel giorno. Quel giorno si scrisse un pezzo della storia di questi silenzi. Non fu l’unico, né il primo: fu forse il più potente.
Pertanto merita un buon posto, nella narrazione.

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Urlare senza voce

Era questo il mio incubo più frequente, da bambina: trovarmi in una situazione in cui parlare fosse questione di vitale importanza e scoprirmi improvvisamente, incomprensibilmente afona. E quindi sforzarmi, gonfiare il collo, stirarmi con gli occhi fuori dalle orbite cercando di urlare fortissimo. Ma senza voce.

Un incubo che poco aveva a che vedere con il mio stato di bambina ben considerata, ascoltata e seguita dai grandi con cui aveva a che fare. Figlia primogenita, prima nipote femmina, coccolata dai genitori e vezzeggiata da una grande squadra di parenti adulti, lontani geograficamente ma affettivamente molto vicini.

Se ripenso alla mia infanzia, ai primi momenti più annebbiati nella memoria, la ricordo con un’immagine molto calda: un salotto, io sempre al centro, e i miei amati “grandi” di famiglia tutti attorno, intenti a ridere di una mia battuta, a stupirsi di qualche frase intelligente, o semplicemente a farmi ridere a mia volta. Quello che si fa con tutti i bambini, insomma. Eppure, dai miei due anni e nella mia ignoranza della vita, tutte quelle attenzioni e quell’entusiasmo mi apparivano eccezionali; sicché, in quanto causa scatenante, io stessa non potevo che reputarmi una creatura eccezionale.

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Domani si vedrà

Il 4 gennaio scorso io e Christian eravamo in Liguria, seduti in una piazzetta davanti al mare, alle dieci del mattino. Il giornale titolava dell’uccisione di Soleimani e molti paventavano un’imminente guerra. Forse con sincera preoccupazione, forse per il banale fascino che portano con sé tutti gli eventi, per quanto terribili, che segnano la storia e a cui hai la sfortuna e il privilegio di assistere.

Noi invece, eravamo un po’ scettici, un po’ stupiti, un po’ anche superficiali, come sempre ci succede quando abbiamo troppe domande: “Per oggi va così: lì c’è il sole, là c’è il mare, qui ci sei tu. Domani si vedrà”. È un domani di incertezza, ma sembra lontano.

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I ragazzi del 2020

In questi giorni, per distrarmi dalle angosce vere, penso a come vivrei questo periodo se avessi un’altra età. Se fossi una bambina, un’adolescente, una quarantenne…

Come lo vivrei se avessi diciannove anni?
Panico, come minimo. Rabbia. Tristezza. L’ultimo anno di scuola, la maturità, l’estate della svolta, l’inizio dell’università… Tutto inedito, diverso, fuori dai programmi. Da vivere in modo alternativo. Ma come?
Se ripenso alla mia maturità, a quell’estate un po’…particolare!, col senno del poi non è stato neanche il momento più bello della vita. Davanti a tanti altri periodi felici, impallidisce un po’. Sicuramente è stato molto diverso da come me lo aspettavo. Però LO ASPETTAVO. Aspettative altissime (anche troppo, come sempre) che ad ogni modo mi hanno smosso dentro per un anno, facendo da propulsore, forse, anche per quello che è venuto dopo.

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Social distancing

“Questo è il mio spazio e questo, invece, è il tuo spazio. Io non entro nel tuo e tu non entri nel mio!”, diceva Johnny a Baby – e viceversa.

“Questo è il mio spazio“, ti sei detta dopo l’ennesimo capitombolo post-romantico, “devo pensare a me” – come se fosse cosa tanto difficile e innaturale, da aver bisogno di imporsela ogni volta con fermezza militare.

“Ho bisogno dei miei spazi!”, hai urlato a un certo punto, forse sedicenne, quando non ti andava più di vivere con la porta della cameretta aperta. “Ho bisogno dei miei spazi…”, hai ripetuto con rassegnazione diversi anni dopo, sempre nella stessa cameretta, ahimé, con la porta chiusa e qualche progetto che non ci sta più dentro.

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