Farfalle lungo la Senna

Che sia bello o brutto tempo, ogni sera verso le cinque è mia abitudine andarmene a passeggio al Palais Royal. Sono io quel tipo sempre solo, seduto a fantasticare sulla panchina. E la panchina prediletta rimane la stessa da tempi immemorabili. La vidi un giorno, mentre passeggiavo con dei colleghi, e fu amore a prima vista. La mattina seguente tornai, da solo, per testare la comodità di quell’ammasso di legno e ferro dipinto di verde; mi ero trasferito da poco e trovare un posticino privato presso il quale fermarmi a fantasticare, in una città immensa ed ancora a me estranea, quale Parigi, mi sembrava una prospettiva ottima.
Un pomeriggio, però, la mia panchina cambiò aspetto. Non mi ci potei neanche sedere, a causa del vistoso cartello che, con le raccapriccianti parole “vernice fresca” scritte a caratteri cubitali, intimava all’incauto passante una certa distanza.
Continuai quindi a vagabondare tra i cappotti frenetici, finché non scoprii quanto fosse efficace fantasticare passeggiando. Star seduti è senza dubbio molto più comodo, ma la panchina agisce come una calamita di idee, rendendo il fantasticare molto più semplice e noioso. Mi spiego: essendo seduto, il fantasticone non deve far altro che aprire gli occhi, osservare quello che di più prossimo si presenta ad essi, ed elaborare le sue fantasie senza curarsi di cercare altrove; camminando, invece, il sognatore deve stare sempre all’erta, poiché non gli basta osservare, ma deve saper catturare le idee prima che esse si dileguino nella moltitudine.

Da quel giorno, e con questi ragionamenti, decisi di fantasticare durante il passeggio. Abbandonai, quindi, ogni pigra voglia di riacquistare il mio passato vizio, e censurai ogni sguardo nostalgico attirato dall’immagine della mia panchina, dolce compagna degli anni precedenti. Per un certo periodo, addirittura, evitai di passeggiarle innanzi, e cambiai tragitto. Poi, superato il dolore della separazione, ricominciai a percorrere la solita via.
Passeggiare, e persino fantasticare, assunsero un nuovo significato, occupando sempre più tempo nella mia giornata. D’altronde, di tempo ne avevo da vendere: il tempo libero di un pensionato. Vivevo da solo, in un appartamento all’ultimo piano di un palazzo del centro, e fino a cinque o sei anni prima facevo l’insegnante di lettere in un liceo. Un neo-pensionato, insomma, che ancora aveva assaporato solo i lati positivi della propria posizione sociale. Non sapevo ciò che mi aspettava; o meglio, lo immaginavo, ma cercavo di non pensarci.
Il male più grande che, gradualmente, cominciò colpirmi fu la solitudine: mia moglie era morta da poco più di due anni e mia figlia, sposata da uno, viveva in Svizzera. Inoltre, ora non c’era più neanche la mia panchina a farmi compagnia, ma solo le mie fantasie. Un uomo non può vivere circondato da sogni: i sogni sono aria e, se non la si divide con qualcuno, quest’aria finisce col soffocarci. Perciò mi mossi verso una risoluzione e, come metodo di ricerca più efficace, uscii per fantasticare.
Cammina cammina, dopo aver elaborato sei o sette diversi episodi relativi alle vite degli sconosciuti che incrociavo per la strada, si impigliò nel mio retino la farfalla giusta. Quella bella, variopinta, che cercavo da tanto. La farfalla di cui avevo bisogno. Col suo timido battito d’ali sussurrò al mio orecchio l’idea: se è vero che un uomo non può vivere di sogni inconsistenti, io avrei reso consistenti i frutti del mio perpetuo fantasticare.
Così, l’aria che fino ad allora aveva accompagnato i miei giorni vuoti, cominciò a prendere forma sulla carta, diventando sostantivi, aggettivi, articoli, verbi, avverbi, locuzioni, proposizioni principali, subordinate, coordinate… Adesso, perlomeno, la mia vita non era più piena d’aria, bensì di lettere. Ma l’obbiettivo del mio fantasticare (e scrivere) non era la stesura di un trattato di grammatica francese. Francamente, non avevo un vero e proprio obbiettivo: più semplicemente, cercavo di non lasciar sfuggire le mie farfalle, consapevole che la memoria avesse cominciato a favorire la formazione di buchi nel mio retino.
Con questo nuovo modo di fantasticare, anche il passeggio cambiò significato. Non potendo portarmi appresso la macchina da scrivere, feci la conoscenza di un nuovo compagno di viaggio: il taccuino, custode provvisorio dei miei pensieri prima della stesura a macchina. Esso contribuì alla ricomparsa, nella mia vita, della compagna tanto amata e abbandonata con dolore: la panchina. Come prendere appunti, infatti, se non stando seduti? In quel caso, però, la panchina non si rivelò semplicemente un’entità fisica e materiale, ma un concetto astratto dalle mille sfaccettature: lo sgabello di un bar, la sedia di un ristorante, il sedile del treno o dell’autobus, il divano della sala d’aspetto di uno studio medico, la classica panchina (di un parco, del centro cittadino, della stazione), e persino una scalinata consunta da passi frettolosi.
Il mio repertorio comprendeva ormai una quantità di materiale bastante a scrivere una saga; ce n’era di qualsiasi genere e per tutti i gusti e io, da bravo fantasticone, non me ne saziavo mai. Ogni parola battuta era un mese che si sottraeva alla mia veneranda età. E con l’abbandono della vecchiaia cresce anche la voglia di compagnia.
Adesso non mi bastavano neanche le mie storie su carta: decisi dunque di andare a far visita a mia figlia e suo marito, in Svizzera. Senza avvisare, ovviamente: il mio ringiovanimento mi faceva tornare il gusto per le sorprese.
Preparai una piccola valigia contenente l’indispensabile per un viaggio di due o tre giorni, e la sera stessa, dopo la rituale passeggiata, mi recai alla stazione, dove acquistai un biglietto del treno diretto a Losanna. Il giorno seguente mi alzai di buon’ora con insolito entusiasmo e con altrettanta rapidità bevvi una tiepida tazza di tè; poi infilai ottocento franchi in una tasca interna alla valigia e altri duecento nel portafoglio; infine mi chiusi alle spalle la porta blindata del mio appartamento vuoto. Vuoto perché avevo portato con me i miei scritti. Non so per quale motivo; di certo non avevo intenzione di farli leggere a Pauline e Gérard, ma temevo che potesse succedere qualcosa ai miei sogni. Avevo paura di perderli per sempre. Infondo, l’idea di metterli per iscritto non era stata così efficace, se ora mi lasciavo sopraffare da queste paure. Ma si perdona tutto ad un ultrasettantenne convinto di essere tornato un ragazzino.
Secondo i piani, mi recai alla stazione con un’ora e mezza di anticipo. Mi serviva tempo per fantasticare. Dopo due sane ore di vaneggiamenti il mio taccuino era abbastanza ricco di appunti, e io cominciavo a spazientirmi. “Che strano” pensai, “non avevo mai avuto paura di perdere tempo”.
–          Capostazione, non parte più questo treno per Losanna?-
–          Mi dispiace, ma a causa di uno sciopero, sono state annullate tutte le partenze fino alle sette di questa sera. –
–          E i miei soldi? Io voglio essere rimborsato!-
–          Se la cosa dipendesse da me, passerebbe un treno ogni dieci minuti, e i capistazione sarebbero rimpiazzati da automi da latta; ma, come vede, siamo tutti nelle Sue mani. –
–          Sì, capisco. Meno male che c’è Lui. –
La mia sorpresa a Pauline era andata in fumo, e adesso avevo a disposizione una giornata intera, da trascorrere a mio piacimento. Non ero in vena di fantasticare, perciò mi incamminai verso le bancarelle di libri usati, lungo la Senna. Mi sarei affidato ai sogni e alle parole altrui.
Dopo un’appassionante passeggiata tra Diderot, Hugo, Zola ed altre affascinanti personalità i cui nomi mi sfuggono, tornai a casa, mano nella mano coi miei colleghi scrittori.

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Quella di passeggiare fra le bancarelle lungo la Senna divenne una dolce abitudine, che mi aiutava molto a prendere spunti nelle mie fantasie. Poco a poco cominciai a sognare il mio nome fra le copertine consunte esposte sulle bancarelle, e un’altra geniale farfalla capitò nel mio retino.
Riunii gli appunti di un anno di scrittura in una raccolta di racconti, intitolata “Le mie farfalle”, e la feci stampare presso una tipografia. Una copia la vendei ad un bancarellista della Senna, un’altra la esposi in bella mostra nella libreria del mio salotto (sicuro che lì nessuno avrebbe mai potuto godere della sua resenza) e la terza la rinchiusi in un cassetto, sperando di trovare il coraggio di regalarla a mia figlia.
Le mie giornate volavano come le farfalle rinchiuse nella mia testa e nel mio libro; passavo il tempo fra storie di ricchi imprenditori insoddisfatti, ragazze traviate alla malavita, lavoratori onesti e sfortunati, immigrati ingenui e passeggiate lungo la Senna. Un pomeriggio la mia pace interiore fu scombussolata da una gioia indesiderata: il mio libro non era più sulla bancarella. Io volevo semplicemente vederlo esposto, per soddisfare il mio orgoglio di scrittore, e non pensavo affatto che qualcuno potesse comprarlo.
Adesso mi sentivo proprio come se avessi perso per sempre i miei sogni. Ora c’era qualcun altro che stava esaminando le mie farfalle: esse non mi appartenevano più esclusivamente, ma erano fuggite dal retino.
Tornai a casa amareggiato ma, appena misi piede sullo zerbino, decisi di uscire nuovamente per riflettere su quanto era appena accaduto. Durante il passeggio risolsi che la faccenda del libro venduto poteva essere considerata positiva. Aspettai quindi che il mio ammiratore si facesse vivo. Sinceramente avrei preferito un’ammiratrice, poiché da giovane ero stato abituato alla compagnia ed all’apprezzamento di donne affascinanti, prima fra tutte mia moglie.
Lentamente cominciai a trascurare le passeggiate fra le bancarelle. Avevo già marciato abbastanza fra i sogni altrui ed ora volevo dedicarmi unicamente ai miei. Non solo ai sogni. Organizzai quindi un nuovo viaggio a Losanna, sperando che questo andasse in porto. Così accadde.
Pauline e suo marito mi accolsero con lieto stupore alle tre di un pomeriggio estivo. Fui molto contento di vedere quanto si amassero e quanto fossero felici, anche se pensare a quella gioia giovanile che un tempo apparteneva anche a me, mi fece sentire esageratamente vecchio.
I sogni, questa volta, li avevo lasciati a casa. Se qualcuno avesse voluto rubarmeli, facesse pure. Probabilmente erano fuggiti, durante la mia assenza, e quando sarei tornato a casa non avrei trovato nient’altro che un biglietto. “Torneremo, un giorno” avrei letto singhiozzando. Ma, d’altronde, come biasimarli? Avevano trascorso la loro giovinezza in una topaia, in compagnia di un vecchio illuso; adesso dovevo lasciarli liberi di uscire e abbracciare il mondo.
Quando tornai a Parigi, con sollievo constatai che i miei sogni non mi avevano abbandonato. Erano sempre lì, addormentati nella libreria del salotto. Dopo una notte, diversamente dalle solite, insonne, mi alzai in collera nei confronti delle mie farfalle. Perché non se ne erano andate, mentre io ero a Losanna? Perché quelle pigre erano rimaste lì a compatirmi nella vecchiaia? Volevano prendersi beffa di me, perciò le cacciai di casa.
Il pomeriggio stesso impugnai con rabbia il libro che per mesi mi aveva entusiasmato e mi affacciai sul lungofiume in attesa che l’ultima farfalla stuzzicasse il mio orecchio. Poi mi accorsi di avere la soluzione proprio sotto il naso, e non nella testa. Stracciai le pagine bianche e le gettai nella Senna; quindi mi fermai a osservare gli innumerevoli puntini candidi che si lasciavano trasportare placidamente dalla corrente, per unirsi ai pesci nei loro guizzi isterici. Le vergognose lacrime che seguivano il tragitto obbligato delle mie rughe mi facevano sentire parte della mia bagnata Senna. Ora le appartenevo, poiché le appartenevano le mie storie, e nulla avrebbe potuto dividerci.
Tornavo spesso da lei per sentire l’eco dei miei sogni perduti. Un giorno mi accorsi che i miei racconti erano tornati da me. La Senna me li aveva restituiti, oppure non se n’erano mai andati, forse. Fatto sta, che erano tutti nella mia testa. Non riuscivano a stare senza il loro cacciatore, le mie farfalle. Il loro ritorno mi fece trovare il coraggio che mi occorreva; ora non ero più l’unico possessore delle mie storie: le dividevo con la Senna e l’acquirente sconosciuto. Perché non dividerle con la persona che amavo più al mondo, ovvero mia figlia? Così spedii la copia del libro che per tanto tempo era rimasta chiusa nel cassetto.
La risposta non tardò ad arrivare, costellata di ammirazione e battute affettuose. Ero al massimo della felicità; non mi mancava più niente. Ma mi sarebbe piaciuto sapere chi aveva comprato il mio libro. Solo per curiosità.
Aprirono un nuovo cinema, al piano terra del palazzo in cui abitavo, e mi venne voglia di vedere un film, in solitudine. Mi sistemai a metà della sala; abbastanza vicino da poter osservare ottimamente la scena, e abbastanza lontano da non esserne risucchiato. Durante l’intervallo, la mia placida serenità fu scossa da una mano esitante che si appoggiava tremula sulla mia spalla. Mi voltai e vidi i volti ingenui di due giovani emozionati quanto intimiditi.
–          Lei è il signor Valéry?-
–          Sì, sono io. –
–          Buona sera; ci scusi tanto se la disturbiamo, ma volevamo parlarle. Abbiamo letto il suo libro.
Quella frase fu per me come una scossa elettrica, e le mie orecchie vibrarono dolcemente al suono di quelle parole tanto attese.
–          Prego, seguitemi. Andiamo a parlare nell’atrio. –
–          Grazie del suo tempo. Noi la ammiriamo molto e troviamo che il suo libro sia degno di illustri case editrici. Come mai uno scrittore così dotato si nasconde al pubblico?-
–          Ragazzi, io non voglio essere lodato, la mia felicità sta nel fantasticare e scrivere le mie fantasie. Infondo per cosa dovrei essere elogiato? I sogni sono aria.-
I loro sorrisi appena accennati mi fecero rinascere.
–          Posso offrirvi qualcosa da bere?
Parlammo a lungo. Quei due ragazzi erano davvero in gamba, per essere poco più che ventenni, e mi ricordavano me e mia moglie. Lui si chiamava Guillaume e studiava filosofia; lei, Lisa, studiava giurisprudenza. Convivevano, e questa loro scelta così anticonformista faceva aumentare sempre più la mia stima. I nostri caffè si raffreddarono, e dai discorsi seri passammo alle chiacchiere, poi all’umorismo e successivamente alle risate più sguaiate.
Quella sera, nel mio letto inondato di lacrime, feci fatica ad addormentarmi, quindi uscii sulla terrazza. Pensare di guardare le stelle, vittime dell’inquinamento luminoso della mia maledetta Parigi, era impossibile, perciò passai in rassegna le mie storie, facendo attenzione a non dimenticarne nessuna. “Sono vecchio” pensai, “settantadue anni sono troppo pesanti; qualcuno deve aiutarmi a portarli sulle spalle”.
Telefonai a mia figlia. Inutile dire che inizialmente si spaventò della mia chiamata improvvisa, nel cuore della notte. Le dissi che non ce la facevo più a stare da solo. Avrei affittato una casa a Losanna, vicino alla sua. Pauline fu piuttosto sorpresa della mia decisione improvvisa, ma non fece nulla per impedirmi di trasferirmi, anzi si offrì di parlare con un’agenzia immobiliare per cercare una casetta in città. Nel giro di due settimane l’affare fu concluso, e arrivò il momento degli addii.
Per prima cosa andai a salutare Lisa e Guillaume (mi avevano lasciato il loro indirizzo), che promisero di telefonarmi, quando fossi giunto nella nuova città. Poi resi omaggio ai miei colleghi scrittori, proponendomi di tornare a vagabondare tra i libri consunti esposti sulle bancarelle. Successivamente passeggiai fino alla mia panchina storica, davanti alla quale una lacrima sfuggì al mio orgoglio maschio. Infine andai da lei, l’amata Senna. Al cospetto di quel fiume che ormai custodiva segretamente una parte della mia anima, il cuore non resse ed esplose in un urlo inumano e indescrivibile, appunto perché non fece alcun rumore.
Il mio viaggio in treno fu relativamente noioso; nessuno dei passeggeri si rivelò degno di stuzzicare la mia attenzione, quindi preferii sognare ad occhi chiusi. Sognai Marine, mia moglie, che mi chiamava: “Jean, Jean!”. “Eccomi” rispondevo distrattamente, “che succede?”
Arrivai a Losanna alle cinque, e mi abbandonai sul divano in casa di Pauline. Dopo essermi ripreso dal viaggio, andai a vedere la casa nuova. Era davvero brutta. Non c’era nulla che mi ricordasse il mio appartamento di Parigi, non avevo portato neanche i mobili: la casa era già stata arredata dal proprietario.
Feci un giro nel centro della città, ma le persone che incontrai erano troppo fredde e scostanti, e non mi permisero di sbirciare fra i loro segreti; ora dovevo occuparmi della mia famiglia. Mia figlia era incinta e presto avrei avuto un nipotino a cui raccontare le mie storie; francamente, avrei preferito una nipotina. Così, ben presto arrivò la piccola Odile a riempire i miei giorni.
Lentamente cominciai a essere stanco e a sentire sempre più la mancanza di Marine. Con lei anche la mancanza della mia Senna. Chiesi a Gérard di portarmi nella mia vera città, per salutarla, e con infinita comprensione, egli accettò.
Inspirai avidamente l’aria nota di Parigi. Ora dovevo prepararmi all’incontro con lei. Chissà cosa mi avrebbe detto: non ci vedevamo da ormai sei anni. Ovviamente, la mia amica Senna mi sarebbe apparsa sempre uguale, come una dea immortale: eternamente giovane, bella ed elegante.
Mi affacciai oltre il parapetto, aiutato da Gérard, e le sussurrai parole che solo noi due potevamo sentire. Ella, per tutta risposta, mi tese la sua mano affusolata. Io mi aggrappai ad essa come ad un salvagente che mi avrebbe trascinato fino a riva, nel viaggio più lungo. Inseguendo nuove farfalle.

Primo classificato al 6° Concorso Biblioteca Comunale di Corbetta (2009), sez. Scuola Secondaria di II°.

5 pensieri riguardo “Farfalle lungo la Senna

  1. No, ma direi che sarà il prossimo! Comunque, sicuro che il tuo commento si riferisca a questo racconto e non all’altro che ho pubblicato? In ogni caso grazie di avermi letto!

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  2. Sì: il film mi è venuto in mente quando in questo racconto ho letto “gioia giovanile”, quella stessa gioia giovanile che traspare da questo film. A proposito, lo trovi facilmente su ebay. Se ti va, poi fammi sapere come l’hai trovato. Se invece non dovessi più sentirti, per me avertelo fatto scoprire è già una grande soddisfazione. Grazie a te per la risposta! 🙂

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