Il piccolo cielo, l’albero e la strada

Viveva, in tempi lontani, verso Occidente, nel pieno rigoglio della vita, un giovane molto buono ma pure molto stravagante. Per un nonnulla si inquietava, per un nonnulla ritornava sereno; si appartava mentre allegri gli altri si divertivano, seguendo strani pensieri. Pensieri inquieti. Pensieri bizzarri. Pensieri che poco si accordavano con la sua età.
Non aveva interesse per le ragazze, non per i divertimenti, forse neppure per se stesso. Voleva solo guardare. Guardava la strada. Guardava il cielo. Guardava gli alberi sopra la sua testa. E si rammaricava di non poter essere né strada, né cielo, né alberi. Si rammaricava in particolare di questo suo pensare continuo. Se fosse stato una strada, non avrebbe pensato così tanto; forse si sarebbe accorto appena dello scalpiccìo dei passanti sul suo manto. E più pensava a quanto sarebbe stato felice, se solo fosse nato strada, più odiava la forza misteriosa che lo spingeva a riflettere.
Era stanco di pensare: pensava da ormai vent’anni. Provò a distrarsi con lo studio; ma, come tutti sanno, esso stimola sempre più la mente. Cercò sollievo nel sonno; ma, sfuggito dalla morsa dei pensieri, era rimasto preda di quella dei sogni. Infine tentò di salvarsi attraverso lavori meccanici e ripetitivi; ma la sua mente, temprata da anni d’esercizio, in breve divenne in grado di governare contemporaneamente la mano e il pensiero.Il giovane aveva ormai esaurito le risorse, eppure la sua ricerca lo aveva ridotto in condizioni ancora peggiori di quelle in cui si trovava all’inizio di essa. Aveva, infatti, trascorso gli ultimi mesi a pensare con un’intensità persino maggiore del solito, per trovare una soluzione, e adesso non riusciva più a fare a meno di riflettere, rammaricandosi infinitamente del suo fallimento e continuando a cercare un nuovo sistema con cui alleviare le sue sofferenze. Pensò che non c’era rimedio al suo pensare: non c’era rimedio alla sua infelicità.
Una mattina di giugno, distolse lo sguardo dal solito albero, dal solito cielo, dalla solita strada. Capì di aver pensato inutilmente per vent’anni. Infatti, durante i suoi ragionamenti, il giovane aveva compiuto il più grande errore in cui potesse cadere un pensatore esperto come lui: aveva dato per scontato un pensiero. Il primo pensiero che avesse mai potuto formulare. Il pensiero a cui non pensava mai, ma che era tuttavia la tela del suo quadro di riflessioni: la vita.
Era proprio l’azione del vivere, che lo spingeva a pensare. Pensava da quando era nato, e non avrebbe mai smesso, finché non fosse morto. Malgrado i suoi sforzi, malgrado il suo rammarico, il pensiero lo avrebbe sempre accompagnato, così come lo accompagnava la vita.
Per la prima volta, sperimentò un pensiero che non aveva mai accarezzato: la morte. Più si convinceva del buonsenso di tali ragionamenti, più agognava l’arrivo della sua nuova salvatrice, più, aspettando, si rallegrava nel pensare alla perfezione della sua imminente non-esistenza, priva di pensieri. Diventava quasi piacevole pensarci. Diventava quasi piacevole pensare.

Era in questa fase della sua esistenza, quando incontrò lei.
Gli bastò guardarla per capire. Non era come guardare la strada, il cielo o gli alberi. Era come riuscire a vedere, a sentire, a toccare la sua soluzione, la sua salvezza.
Per questo, nel suo intimo, la chiamò Morte.
Lei aveva sedici anni. Era bionda, magra e i suoi occhi erano vuoti. Non c’era traccia di pensiero in essi. Non c’era traccia di emozioni.
Proprio da essi egli venne affascinato. Erano tutto ciò che aveva sempre desiderato, e lei non si accorgeva neppure della loro importanza, non pensava neppure di essere così speciale. Non pensava.
Si incontrarono per caso. Lui era seduto sul ciglio della strada e guardava, come sempre. Lei tornava a casa da scuola, come sempre.
Eppure, quel giorno nulla fu come sempre. Chissà da quanti anni le loro vite si osservavano, parallele, lungo quella strada; una piena di pensieri, l’altra piena di nulla. Solo allora si incrociarono.
Il giovane allungò le gambe, rimaste incrociate troppo a lungo, e si accostò a lei con passo svelto. La ragazza fece finta di non notarlo, ma i suoi occhi, per quanto vuoti, tradivano un guizzo di stupore. Li volse verso la strada. Li volse verso il cielo. Li volse verso un albero. Li volse, ipnotizzata, verso quelli di lui, pieni di tutto ciò che a lei mancava.
Non era la morte, ma una soluzione ancor più congeniale al suo problema. Finalmente si sarebbe liberato dei suoi insopportabili pensieri. Non avrebbe certamente smesso di pensare – ormai sapeva che ciò era impossibile – ma avrebbe pensato con uno scopo. Adesso aveva una vita in più da riempire di pensieri. Sedici anni vuoti. Sedici anni avidi di idee. Ora avrebbero sostenuto in due quel pesante fardello.
Si incontravano sempre sotto gli stessi cinque metri quadri di cielo, appoggiati allo stesso albero, stagione dopo stagione. Amavano parlare, ma di cosa parlassero, non lo si sarebbe potuto definire con certezza. A volte lui preferiva guardarla in silenzio; ravvisava nelle sue imperfezioni le crepe della strada che aveva fissato per tutti quegli anni. A volte lei era infastidita da queste sue indagini, infastidita dalle parole sconosciute che scorrevano negli occhi di lui; pretendeva ch’egli continuasse a parlare, a sciogliere alle sue orecchie il suono di quelle parole misteriose, ch’ella esigeva, di cui era assuefatta.

Per molti molti mesi tutto questo bastò. Bastarono la strada, il cielo, l’albero, lui. E i suoi – i loro – pensieri. Poi lei crebbe. Crebbe quel giorno, quella mattina. Si svegliò così, cresciuta. I piedi le uscivano dalle coperte. La mano poteva toccare il soffitto senza chiedere aiuto alle dita dei piedi. Gli occhi correvano troppo velocemente fra le righe dei libri.
Era arrivato il giorno della sua maturità. Sebbene nessuno glielo avesse preannunciato, ne era sicura.
Anche lui se ne accorse subito: la ragazza era più esuberante del solito, più loquace, si faceva osservare con serenità e persino rideva. Gli occhi ridevano.
Prima di allontanarsi da lui, quel giorno, gli chiese quale fosse il suo nome. Non ci aveva ancora pensato. Il giovane rifletté un attimo: non aveva mai avuto l’esigenza di un nome, fino a quel momento. Il cielo, la strada, l’albero e la ragazza lo conoscevano bene, non avevano bisogno di distinguerlo dal resto del mondo, semplicemente perché il mondo si limitava a quei cinque metri quadri; a cosa serviva, dunque, inventare una parola che nessuno avrebbe mai pronunciato?
Nessuna frase fu più dolorosa, per lui, di quel semplice come ti chiami. In essa era nascosta tutta l’insofferenza di lei per il loro mondo, e la curiosità che nutriva verso il resto dell’universo. Ora si era resa conto di quanto ci fosse, oltre quel piccolo cielo, quanti altri cieli avrebbe potuto guardare, quanti altri giovani avrebbero potuto riempirle gli occhi di parole. Per questo necessitava di una parola con cui distinguerlo da tutti gli altri angoli di mondo che stava per scoprire.
Tuttavia egli decise di assecondarla nel suo viaggio lontano da lui: inventa tu un nome per me.
La donna sfogliò libri e calendari; esauriti tutti i nomi dei santi, passò a quelli dei personaggi delle favole. Ma non esisteva alcun nome per lui, fra essi. Il suo doveva essere un nome nuovo, mai dato a nessuno, unico come lui.
Quando si rividero, lei non aveva ancora trovato il suo nome. Lui ne fu felice: non avrebbe potuto lasciarlo, infatti, senza avere una parola con cui ritrovarlo. Lei, invece, era amareggiata per il fallimento: si era sbagliata riguardo al giorno della maturità; non era ancora arrivato il momento di lasciare quei cinque metri quadri di mondo. Quel giorno iniziò a sentirsi quasi come una prigioniera, un Teseo senza filo d’Arianna, nella trappola del silenzio di lui.

Il giovane aveva ormai smesso di riversare i suoi pensieri nella mente di lei; la donna non aveva più bisogno delle sue parole, gli occhi di lei viaggiavano da soli e ne trovavano di nuove. Sembrava, apparentemente, che non avessero più alcun motivo per incontrarsi: non parlavano nemmeno, non avendo più niente da dirsi. Eppure, erano sempre lì. Il giovane, la donna, il piccolo cielo, l’albero e la strada. Una forza misteriosa li teneva uniti nel loro microcosmo. A chi passava lungo quella via, apparivano come due fantocci, due figure inanimate, inerti, vive solo per metà, come la strada, l’albero e il cielo. Non era più quello il loro mondo. Non era quello il mondo di lei. Erano diventati due universi separati: ognuno seguiva i suoi pensieri,  ognuno scrutava un fiore, una farfalla, un passante diverso. Di tanto in tanto si osservavano a vicenda, di nascosto, solo per controllare di non essere rimasti soli, solo per cercare un po’ di conforto nella figura al proprio fianco.
Un giorno il giovane guardò la donna. La trovava diversa, la trovava sempre più cresciuta e assorta, sempre più simile a lui. Al contrario, egli non cambiava mai. Era rimasto paralizzato nella stessa immagine, dal giorno in cui si erano incontrati. Sembrava che l’avesse costretta nei suoi pensieri, ed ella, a sua volta, gli avesse ceduto la sua giovinezza. Una lenta simbiosi che li rendeva, loro malgrado, inseparabili.
Fino ad una mattina. Il giovane si svegliò uomo. Adesso toccava a lui crescere, sebbene in ritardo. L’incantesimo della ragazza era finito: la sua giovinezza l’aveva abbandonato.
Vuoi sapere qual è il mio nome?
Esplorò i più lontani ricordi, nel teatro della memoria, e lesse l’ombra di una parola. La lettera iniziale era l’unica comprensibile. Pi. Era una parola breve, così usuale da essere stata presto dimenticata dal suo stesso possessore. Ma aveva bisogno dell’aiuto di lei per ritrovarla, per crescere, a sua volta.
La donna ci pensò giorno e notte per moltissimo tempo, forte del pur gramo indizio, ma invano. Inciampò nella paura di non conoscerlo abbastanza, di non avere ancora la chiave della porta delle sue parole. Era bloccata fuori di essa, ma non poteva allontanarsene, per paura di perderla di vista.
Un amore a metà. Un mondo a metà. Adulta per metà. Una felicità infelicemente a metà.
A volte il giovane rifletteva i pensieri della sua amica. Neanche lei era stata capace di ricucire la sua anima dimidiata. Nemmeno lei che sembrava così perfetta e incorrotta nella sua evanescenza, molto tempo prima. Entrambi sentivano la mancanza della chiave, la fatica di quella permanenza forzata al di qua della porta. Le dita, stanche, intrecciate attorno alla maniglia.
Quale compassione nello sguardo che il cielo gettava su entrambi. Quale dolore nelle foglie che l’albero lasciava cadere attraverso le due figure rarefatte. Quale nostalgia provava la strada nel percepire quei passi volatili. Il vento deviava il suo percorso, per evitare di distruggere il già precario equilibrio dei sovrani di un regno ormai destinato all’oblio. La natura tentava di assorbire i pensieri avvelenati che infettavano le menti sature del giovane e della donna, quasi volesse salvarli dalla rovina che implacabilmente li minacciava.

Il giorno in cui il mondo finì, fu lei a deciderlo. Allungò le gambe e si alzò. Un piede dopo l’altro, come non faceva da lungo tempo, si incamminò nella direzione disegnata dallo sguardo di lui. Sentiva i suoi occhi che la pregavano di tornare indietro. Le gridavano che solo lui era la metà di cui sentiva la mancanza. Solo lei era la metà che lui aveva perduto. Ma la donna ne sapeva più di quegli occhi. Sapeva bene che lei e il giovane erano due scarpe sinistre. Inutili da sole, inutili anche insieme.
Di colpo dimenticò la chiave, il nome, la porta che non si era mai aperta. Perché rimanere sulla soglia? Perché non bussare altrove? Continuava a camminare, gli occhi fissi oltre l’asfalto della strada, verso il blu di un cielo sconosciuto. Gli occhi ingenui, come nel momento in cui aveva scavato in quelli di lui. Ma non vuoti. Occhi pieni di parole vecchie e assetati di nuove. Eccola la sua maturità, non poteva sbagliare. Ora era una donna intera.
Ma cosa sarà di me, adesso che nessuno può più aprire la mia porta? Come mi ritroverai, senza il mio nome? Come io ritroverò me stesso?
Tu, sei nei miei occhi, senza che io ti cerchi. Tu, afferra la chiave dalle mie mani. Tu, sei il Primo.

Racconto partecipante all’8° Concorso Biblioteca Comunale di Corbetta (2011), sez. Scuola Secondaria di II°.

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