Foglie secche

Una città algida e luminosa la sorprese quella mattina d’inizio ottobre. Milano, rotta da un sole sfuggente e curioso, infiltrato tra le guglie e le foglie gialle dei tigli, è tutta nella sua strada –  fredda, dura, pulita e sfiorata solo fugacemente. Tra il Duomo e il Parco Sempione si consumava il rito giornaliero di anni vissuti tra predellini e caffè troppo zuccherati, rimbalzando tra doveri e piaceri. Senza sosta, ma non con fatica, ché la pallina quando cade – per quanto sia violento l’impatto – non può che riceverne una spinta uguale e contraria che la riporti in volo. Tra il Duomo e il parco il rito si consumava, dunque, ma non li coinvolgeva: era necessario che restasse confinato sulla strada, in viaggio – vietato legarsi a un luogo statico!, non gli conveniva.
Dicevamo che quella mattina la sorprese, sì. Il caso volle – o forse fu colpa di uno spazzafoglie – che il rito si interrompesse bruscamente. Sul marciapiede di una strada piena di autobus qualcosa rompeva il grigio con sbrilluccichi di giallo, verde e marrone – sì, anche il marrone sa essere luminoso –, qualcosa di informe, instabile e a prima vista leggero. Non le sembrava di aver mai visto niente di simile, o meglio: non le sembrava di averlo mai considerato niente più che un ammasso di spazzatura, un intralcio fastidioso che si appiccica sotto i tacchi, o l’immagine scadente dello scorrere del tempo ciclico che uccide la vita. Foglie secche. Raggruppate in un mucchio lungo una decina di metri, alto quanto basta per saltarci dentro, largo…

Saltarci dentro?! Sciocchezze! Non è un’espressione consona per misurare un’altezza…
Ma sì! Saltarci dentro, come facevamo da piccole nei giardini pubblici davanti alla scuola! Non vedevamo l’ora che passasse lo spazzafoglie ad ammucchiarle ben bene, per buttarci su quel letto soffice e collezionarne ogni fibra nei capelli. Ricordi?
Sì, forse…
Be’, allora non ci vedevi “l’immagine scadente dello scorrere del tempo ciclico che uccide la vita”, o sarebbe stato decisamente macabro rotolarvisi in mezzo. No, forse era più l’immagine di un nuovo gioco dopo la fine dell’estate. Insomma: le stagioni cambiano, ma i bambini trovano sempre qualcosa per cui ridere.
Embe’? Che ci vuoi fare con queste foglie?
Proprio niente, tra quarantatré minuti ho lezione…
E allora sbrigati, no? Corri, ragazza, corri!
Puff! Non c’è un’onomatopea azzeccata, perché non ricordo che rumore faccia saltare nelle foglie d’autunno. Però è la cosa più dolce del mondo. O almeno tra le prime dieci, ecco.
Con un secondo balzo tornò sull’asfalto pulito e gelido, si guardò i piedi e vide la magia. Spariti gli stivali neri, coi tacchi schioccanti e le punte consumate, al loro posto c’erano un paio di scarpine da ginnastica argentate, tipo Lelly Kelly, nuove e orgogliose, con le stringhe a strappo e due lucine azzurre sotto le suole.
Bella “magia”! Bella, davvero! Dove sono le mie scarpe? Io così all’università non posso andarci!
Si sedette sul muretto al bordo della strada a guardarsi le scarpe e pensare al da farsi. Alla sua destra – direzione centro – un paio di bar affollati e una piazza ingarbugliata di passi confusi. Alla sua sinistra – direzione periferia – la strada che spariva tra i palazzi residenziali. Davanti a sé il cancello del parco, aperto. Non ci era mai stata – d’altronde, il parco era escluso dal rito – ma con le scarpe argentate ai piedi non aveva molte alternative.
Varcò il cancello, ispezionando la fauna locale: era l’unica persona senza un cane o una tuta attillata indosso. Le panchine verdi di legno umido si fissavano solitarie, le une davanti alle altre, scansate dall’insensata irrequietezza di chi alle 7.55 di mattina si sente già in ritardo sulla tabella di marcia della vita. Il viale splendente tra le aiuole ben tagliate era punteggiato qua e là delle solite immancabili foglie secche, raggruppate senza criterio estetico come una folla impaziente in una piazza non ancora piena. L’erba indossava elegantemente l’odore della rugiada di città, portandola con un passo ad attraversare le pozzanghere di un campeggio di tende canadesi – i piedi intorpiditi, gli occhi spaventati dall’aurora, le guance frustate dall’aria secca – e con l’altro a correre sotto un portico giocando a nascondino – quello che giocano “i grandi”, o almeno chi si sente tale, e conserva poco dell’innocenza dei giochi dei bambini – dopo il passaggio di una pioggia acida su una fabbrica di provincia ridotta a souvenir.

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Tutto era fermo e sospeso, come una scenografia teatrale fuori dall’orario di prova: persino le figure che circolavano solitarie sembravano elementi di un fondale creato ad arte, nei loro movimenti sì scattanti, ma pure immobilmente ripetitivi e privi di reale vitalità. Dopo aver percorso i primi duecento metri del vialetto di questo proscenio addormentato, aveva già iniziato ad annoiarsi: la sua capacità di concentrazione, di per sé abbastanza scarsa, necessitava di stimoli eccezionali per essere canalizzata in un’unica direzione. Il pensiero tornò quindi alle scarpette: si fermò a piedi uniti e abbassò il capo pregando di non incrociarle con lo sguardo, sperando di aver avuto un semplice calo di zuccheri e dieci minuti di delirio passeggero… ma erano ancora lì, sempre al posto sbagliato. Roteò testa e occhi verso l’alto, accompagnando il gesto di lamento contro il cielo con uno strattone dei pugni chiusi verso la terra, quasi a volersela prendere con tutto l’universo a sua disposizione, e proprio in quel momento – forse per ripicca di città volubile – una goccia di pioggia si tuffò con violenza nella piega interna del suo occhio destro, portandole un istante di silenziosa agonia. Non aveva un ombrello e ripararsi sotto un albero non sarebbe stata una scommessa sicura: la cosa più logica da fare era tornare alla fermata del pullman – appena mezzo chilometro verso la civiltà -, prendere il primo mezzo e tornare a casa. Eppure, non contemplò quella semplice opzione, e riparandosi sotto lo zaino si mise in cerca del posto più asciutto disponibile nei dintorni.
Un parco giochi giunse in suo aiuto – uno di quelli nuovi -: c’era una struttura di legno piena di pioli, reti, pali da pompiere e scivoli, ma soprattutto tettoie. Bellissime tettoie rosse e blu, piene di scritte indelebili di amori preadolescenziali, costruite apposta per ospitare una passeggera senza biglietto. Si rincattucciò sotto una di esse – a malapena le riparava tutto il corpo – quando si accorse di essersi seduta su qualcosa di spigoloso e duro. Sollevò goffamente il bacino, reggendosi su un gomito, e con la mano rovistò sulle assi sporche, afferrando un cubetto di plastica. Strizzando gli occhi esaminò il tesoro portatole dalla pioggia: un cubo nero, lato 2 cm all’incirca, ricoperto su tre lati da adesivi quadrati – bianco, rosso e giallo – logori e strappati.
Viene da un cubo di Rubik!
Sicuro. Sorrise di se stessa, inorgoglita dall’intuizione – lei, che non era mai riuscita nemmeno a completare una faccia di quel gioco tanto astruso. Se avesse saputo come quel pezzetto di plastica si era ritrovato sotto le sue terga, forse si sarebbe tolta dal volto quella sciocca espressione gongolante.

– Continua in “Cubo di Rubik”: https://wp.me/p7Ud1v-2V

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