Cubo di Rubik

Erano da poco passate le otto e Alberto era seduto su uno scivolo, in una delle aree per bambini del parco Sempione. Aveva lasciato a casa il cellulare: era una di quelle sere in cui i contatti col mondo non facevano altro che infastidirlo. Finalmente solo. Bambini e cani, con padroni e genitori al seguito, avevano lentamente abbandonato il territorio, lasciandolo a disposizione di chi più di loro necessitava di spazi aperti e vuoti. Spazi da riempire. Di cosa? Difficile a dirsi: di cose imprigionate nel petto, che a stare lì costrette si nutrono di loro stesse, si ingigantiscono e diventano violente – tanta è la voglia di uscire. Per liberare un po’ di quelle cose si faceva bastare un’ora, prima che il parco chiudesse. Aveva portato con sé il cubo che gli aveva regalato sua sorella due settimane prima. Ormai aveva imparato: sapeva risolverlo fino alla fine e ogni volta ci metteva quattro secondi in meno della precedente. In media. Tutto vero, tutto cronometrato. Tutto calcolato.
Ogni tentativo riuscito, ogni secondo guadagnato sul quadrante dell’orologio, era una porta che si apriva sul petto e faceva uscire una nuvola nera. Ogni quadratino riportato accanto ai suoi simili era una boccata d’aria fresca per il suo cuore compresso e schiacciato dal caos in continua proliferazione. Era magnifica la logica con cui giungeva a riordinare quel groviglio geometrico di colori: ogni movimento aveva una causa e uno scopo preciso, nessuna rotazione avveniva senza motivo, per ogni problema c’era sempre una soluzione matematica. Magari nascosta dietro un’intuizione non immediata, ma una soluzione c’era. Sempre. Fosse stata così quadrata anche la sua vita… forse quella sera non sarebbe stato seduto su uno scivolo a risolvere rompicapi per liberarsi il cuore.

Anche sua sorella aveva intravisto da tempo l’avvicinarsi delle nuvole nere: il sospetto le era venuto il giorno in cui Alberto non era tornato a casa da scuola. Le tre, le tre e mezza di pomeriggio. Un’ora di ritardo. Il papà si era infilato il cappotto verde a coste ed era andato davanti al liceo, dove aveva trovato il figlio seduto in mezzo alle porte scorrevoli. Tu-tum, tu-tum – faceva la ghigliottina di vetro mentre cercava di chiudersi, intralciata dal suo corpo inerte. Infiniti identici movimenti, diretti dalla precisione scientifica di una fotocellula sbigottita. Tornato a casa, non aveva parlato con nessuno per tutto il giorno, salvo svegliarsi il mattino seguente loquace e apparentemente sereno, come se nulla fosse successo. Dopo quell’episodio, era capitato altre volte che si alienasse senza preavviso e senza un motivo evidente. Giulia teneva queste perplessità per sé, temendo di fare un passo falso e perdere la sua confidenza.
Bene. La verde era a posto e adesso aveva completato anche la faccia rossa. Assomigliava tanto al colore del rossetto di Laura. Quello che aveva estratto dall’astuccio tra la quarta e la quinta ora di quella mattina, per ripassarselo, dopo che Federico glielo aveva tolto con un bacio. Era brutta, Laura, col rossetto sbavato. Sembrava una bambina che non ha ancora imparato a mangiare le fragole. O forse ha imparato da tempo, ma ne mangia troppe, in fretta, senza masticarle. Se le fa andare di traverso, si sporca la camicetta. Alberto non sopportava di vederla così. Aspettava con trepidazione la pausa tra la quarta e la quinta ora per vederla pulirsi le labbra e rimettersi il rossetto. Come se quel semplice gesto la facesse tornare autentica ai suoi occhi, le restituisse la sua essenza, disegnata con mano ingenua e decisa.
Da tre anni ormai erano compagni di classe, ma lui si sentiva ancora intimidito dalla sua presenza, da quel rosso acceso e dal modo misterioso in cui di tanto in tanto spariva risucchiato dai denti celando chissà quali pensieri. Si potevano contare sulla punta delle dita le volte in cui le aveva rivolto la parola, tuttalpiù per dirle cose di cui avrebbe riso lui stesso, se solo fosse stato lucido: “mi presti il temperino?”, “sì, grazie”. “Cos’ha spiegato ieri la Negri?”, “eh-m, non me lo ricordo”. “Scusa, puoi spostarti, ché non vedo la lavagna?”, “in che senso?”. Chissà che impressione da stupido pluripremiato doveva averle fatto in quegli anni – pensava, mentre torturava il cubo facendolo ruotare sempre più velocemente e a scatti sempre più secchi.
Il giorno delle porte scorrevoli era quello in cui per la prima volta aveva visto Laura e Federico mano nella mano. Non che non l’avesse mai vista con un ragazzo – prima c’era uno della terza E che la faceva chiamare fuori dall’aula durante le lezioni di filosofia con la complicità del bidello e di tutta la classe –, ma Fede era il suo compagno di banco, il suo amico, l’unico che aveva visto come moriva dentro ogni volta che lei varcava quella porta: non c’era stato bisogno di confidargli nulla, sapeva già. Adesso era seduto due banchi più avanti, si era portato via tutti i fogli stropicciati pieni di tris e le penne masticate soprappensiero. Alla vista di quelle mani intrecciate, Alberto si era sentito completamente vuoto: aveva visto il suo corpo dall’esterno, era stato spettatore di uno smarrimento che non poteva percepire come suo.
Mancavano due quadratini per completare anche la gialla – solo tre mosse. Sarebbe stato un sogno potersi dimenticare di tutto in tre mosse: i tris, Federico, le labbra di Laura, il banco vuoto accanto a sé, persino questo stupido cubo che ora serviva a tenergli impegnate le mani ma non riusciva a spegnergli il cervello. E invece niente: più si concentrava su altro, più cercava di essere allegro, più si sforzava di evitarli, più inevitabilmente continuava a pensarla e a bruciare dentro. Inutili erano tutte le sue mosse: brancolava nel buio e non c’erano algoritmi che potessero salvarlo.photo_2016-12-24_00-32-24.jpg

Finita la gialla. Sulla fronte si erano aggregate goccioline di sudore, nonostante il freddo che gli condensava il fiato. Gialla era la maglietta che aveva il giorno prima Serena a ginnastica. Anche a lei gocciolava la fronte quando aveva incrociato il suo sguardo, ma per la fatica della corsa – e forse anche per qualcos’altro che aveva orgogliosamente tenuto per sé. Lui aveva immediatamente abbassato il volto: non era mai riuscito a reggere il confronto con quegli occhi alteri, penetranti, eloquenti ai limiti della telepatia. Solo una volta li aveva visti addolcirsi, restringersi dietro le palpebre – quale ultimo scudo di un’anima spogliata, vulnerabile –, ma specchiarvisi non era stato meno difficile.
Era successo appena otto giorni prima, al compleanno di Valerio: festa a casa sua, tutta la classe invitata. Seduti alla bell’e meglio tra divani, sedie e pavimento, alternavano giochi da tavolo a inutili chiacchiere su professori e mete estive. Lui però non era lì: il suo cervello aveva deciso di fare un piccolo viaggio – grazie a Dio! –, mentre gli occhi ispezionavano le frange del tappeto. Una mano tiepida, ferma, pesante si posò sulla sua spalla, costringendolo a destarsi e tornare nel suo corpo: era Serena che gli chiedeva di accompagnarla in giardino – in casa faceva troppo caldo. Niente lo tratteneva in quel cerchio scomposto: si alzò e la seguì. A esser precisi, Valerio non aveva un vero e proprio giardino: si trattava piuttosto di un cortile con un garage e un piccolo orticello sbilenco, illuminato da un faretto che dava un’aria tutta cubista alla composizione di terra e arbusti. Serena si sedette su una panchina accanto alla porta di casa.
“Non ce la facevo più a restare lì dentro! Quanto sono noiosi… Ogni sabato sempre le stesse scene, gli stessi discorsi, le stesse stronzate da tre anni. Fai bene, tu, a non uscire mai con noi. Tanto, anche in compagnia, è come stare da soli.”
Alberto stava in ascolto, poi attendeva in silenzio, non sapendo cosa replicare. Non aveva mai avuto una vera conversazione con lei: era uno solitario, e poi le ragazze stavano sempre in gruppo, come piccole api agitate attorno all’alveare…
“Anche tu ti stavi annoiando, vero? L’ho notato. Mi dispiace per Federico – che non vi parliate più, voglio dire. Proprio non li capisco quelli che per la ragazza lasciano da parte gli amici…”
Serena continuava a parlare, ma lui non l’ascoltava più. L’automobile dei genitori di Valerio aveva il paraurti posteriore pieno di graffi. Gli ricordavano le tacche che incidono i carcerati sul muro per contare i giorni di prigionia – doveva averlo visto fare in qualche film.
Una, due, tre, quattro verticali. Poi una orizzontale.
Uno, due, tre, quattro passi verso il futuro. Poi, con un balzo, il ritorno al punto di partenza.
Crudele esercizio disperato di speranza che già sa di essere destinata ad infrangersi contro un muro. Ecco come si sentiva Alberto in quel momento. Ecco come si sarebbe sentito di lì a otto giorni sullo scivolo del parco Sempione. Sempre sul ciglio, sul limitare di un futuro che già pregustava, ma che si allontanava ogni quattro passi, dietro il muro dei suoi piccoli, stupidi tormenti sotto chiave.
Tornò a guardare Serena, ma lei non c’era più. Al suo posto, il silenzio. E Laura. Era seduta al suo fianco, con la testa appoggiata sulla sua spalla. Tiepida, ferma, pesante. La punta del naso gli sfiorava l’orecchio, gli faceva il solletico. Aveva il rossetto rosso, perfetto, senza sbavature. Il labbro inferiore nascosto dietro gli ampli incisivi – come sempre, quando era annoiata o in attesa. Gli occhi chiusi di chi è sveglio e padrone di sé, ma non vuole prendersene la responsabilità. Il respiro era impercettibile, cauto, quasi timoroso di disturbare.
Stettero cinquantaquattro secondi congelati in quell’armoniosa composizione, poi fu il lento gioco dei millimetri: due io, quattro tu, tre di nuovo io… Fino al centro del dipinto, fino al punto in cui convergono tutte le linee di fuga. Lì, dove si riflette nell’infinitamente piccolo ciò che è infinitamente grande e lontano. Futuro. Visibile e presente, per un solo istante. Quello giusto.
Ma l’istante prima o poi finisce: quinta tacca orizzontale. Alberto aprì gli occhi e vide quelli di lei – alteri, penetranti, eloquenti – addolcirsi e restringersi dietro le palpebre, alla ricerca di complicità, forse pentiti di aver abbassato la guardia. Era Serena. Era sempre stata lei. Non c’era il rossetto, non c’erano le labbra, non c’era Laura. Ma c’era il suo delirio, giunto ai limiti del comprensibile, c’era il petto che pulsava sul punto di esplodere, la fronte che sudava e la mente dentro che cercava una via di fuga da una nuova detestabile prigione.
D’un tratto vide un ragazzo che si alzava dalla panchina – era uscito di sé, di nuovo – e camminava verso il cancello. Un pazzo in camicia in una sera milanese di fine settembre. Anche la ragazza si alzò subito dopo di lui: urlava, stizzita – chissà cosa diceva – alle sue spalle sempre più lontane. Dopo quella sera, Serena riusciva a stento a guardarlo in faccia. Gli riservava solo sporadiche occhiate di delusione mista a disprezzo o – tradita dai suoi occhi nei momenti di stanchezza – imbarazzo.
Il ricordo di quella fuga lungo il vialetto lo riempiva di rabbia: come aveva potuto fare una cosa così insensata? Doveva avere qualcosa che non andava: ormai ne era certo. Cercava un senso in ciò che gli accadeva, quando nemmeno lui sapeva dare un senso alle sue azioni. Altro che futuro, punto di fuga, tacche sul muro! Non era altro che un cubo di Rubik – perché in realtà neanche quello stupido gioco era affatto più logico di tutto ciò che lo intrappolava.
Ecco cos’aveva in mano: un mucchio di quadrati di colori diversi, disposti a caso attorno a un perno. Tra le quindici e le venti mosse per riordinarli. Nessuna utilità, nessuno scopo, se non quello di guadagnare quattro secondi. Dopodiché, procedere nuovamente a mischiare i colori in una delle 43 miliardi di miliardi di combinazioni possibili e ricominciare da capo. Una tacca orizzontale dopo quattro verticali. Circolare, inutile, senza un fine – come tutto il resto.
Si mise carponi, strinse il cubo con presa decisa e lo sbatté contro il bordo delle assi su cui era seduto. Lo spigolo cedette contro il legno: le giunture tra i cubetti si allentarono e rivelarono il perno, il cuore. Bianco. Continuò a infierire sulla plastica finché tre quadratini non si staccarono completamente, rotolando davanti alle sue ginocchia.
Inspiegabilmente, iniziò a sentirsi più leggero. Era solo, su uno scivolo per bambini, chino a quattro zampe, e aveva appena rotto con ridicola furia un gioco che gli piaceva, ma si sentiva meglio. Avidamente respirava l’aria salata che entrava dalla grande finestra che gli si era aperta sul petto. Una di quelle belle porte di vetro che danno sul balcone di una casa in riva al mare ad agosto.
Guardava i quadratini, finalmente liberi, e pensava che forse a volte le prigioni non hanno le sbarre. Forse non sempre una prigione è fatta da quattro mura piene di graffi. Forse, spesso, la vera prigione è solo un perno bianco nascosto dietro tanti quadratini. Tutti colorati, belli, sì scattanti l’uno sull’altro. Con orgoglio continuiamo a lasciarli manovrare dal nostro bisogno di ordine, di senso, di completezza. Con orgoglio guardiamo ogni faccia assumere il proprio colore – quello giusto, quello che più le si addice. Ma a che scopo? Solo per scomporli dopo quattro secondi di autocompiacimento. Senza aver mai sbirciato dentro, neanche per sbaglio.
Fece un respiro profondo, guardando i frammenti colorati sparsi ai suoi piedi. Si rimise il cubo rotto in tasca, come trofeo di una battaglia da cui era uscito insieme sconfitto e vincitore. Aveva fame.
Mentre camminava verso casa studiava l’unica faccia  rimasta integra: quella blu – blu come l’innaffiatoio che c’era nel cortile di Valerio la sera del suo compleanno. Lo aveva notato, mentre scappava, fare capolino dalla penombra del garage, piccolo spettatore zoomorfo, con la proboscide e il manico semicircolare simile all’orecchio di un elefante.

– Continua in “Il re del cortile”: https://wp.me/p7Ud1v-9r

– Segue da “Foglie secche”: http://wp.me/p7Ud1v-1z 

2 pensieri riguardo “Cubo di Rubik

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...