Social distancing

“Questo è il mio spazio e questo, invece, è il tuo spazio. Io non entro nel tuo e tu non entri nel mio!”, diceva Johnny a Baby – e viceversa.

“Questo è il mio spazio“, ti sei detta dopo l’ennesimo capitombolo post-romantico, “devo pensare a me” – come se fosse cosa tanto difficile e innaturale, da aver bisogno di imporsela ogni volta con fermezza militare.

“Ho bisogno dei miei spazi!”, hai urlato a un certo punto, forse sedicenne, quando non ti andava più di vivere con la porta della cameretta aperta. “Ho bisogno dei miei spazi…”, hai ripetuto con rassegnazione diversi anni dopo, sempre nella stessa cameretta, ahimé, con la porta chiusa e qualche progetto che non ci sta più dentro.

“Stai nel tuo“, hai proferito a denti stretti e roteando gli occhi davanti a qualche insperato campione dell’accollo, che fosse conoscente, amico, collega, vicino di posto sul bus.

Abbiamo sempre avuto un enorme bisogno di spazio. Parallelamente, ci siamo stretti sempre più vicini gli uni agli altri.

Il tempo medio di attesa della risposta ad un messaggio privato è di 15 minuti. Ma un’amica insiste nel dire che sotto le due ore non è vero amore.

Ci siamo ammucchiati ovunque ci fosse spazio: in locali sempre più piccoli, sempre più bui, tra rumori e sudore; tra strade, piazze, campi e palazzetti sempre più pieni, a camminare lenti, urtando borse, respirando il fumo del vicino; nei mezzi pubblici sempre più stipati, infilati in posti sempre più stretti oppure in piedi, coi gomiti nei fianchi, in bilico senza appigli, troppi odori nel naso.

– Sì, però. Qui non c’è più nessuno. Che palle. Briosciaro?

Qui non c’è nessuno, che pace.
A un certo punto abbiamo smesso di dirlo, di ricercare il silenzio, l’immobilità, la solitudine. Certo, magari in qualche viaggio particolarmente atteso e di estremo pregio estetico (volgarmente detto: “molto instagrammabile”), forse lo abbiamo pensato. “Quanto spazio, che pace”. Sovrastati, sopraffatti da certi spazi aperti e vuoti di umanità – vuoti di noi, a ricordarci che non siamo poi così potenti. Ma a parte questi rari momenti, nella quotidianità, quanto spazio ci siamo lasciati veramente attorno?

– No, dai: sei ci vai tu, vengo anch’io, altrimenti no. Da sola non me la sento.

Un certo spazio, poi, è vitale, non solo per l’uomo. La pianta ha bisogno di spazio fuori dal terreno, per crescere e respirare. Il fuoco ha bisogno di ossigeno. Persino “le lenzuola devono prendere aria”, ma questo lo dice mia madre. Spalanca le finestre.

Si chiama social distancing. Che vuol dire che non posso avvicinarmi a meno di un metro da te. Se possibile anche due, per sicurezza. Due metri è lo spazio che ci serve, due metri di spazio vitale. Un’inezia nell’universo, un’enormità per un uomo.
Impensabile, impraticabile, la vita come la conoscevamo. Non per cattiveria, ma per questioni di logistica. Tanto che, per recuperare lo spazio che ci manca, abbiamo tolto noi stessi da ogni spazio. Ci siamo ritirati, ci siamo isolati. E anche se emotivamente, intellettualmente, questa nuova e inedita distanza si può variamente colmare (il tempo medio di attesa della risposta ad un messaggio privato è di 15 minuti, in quarantena 3), fisicamente lo spazio sottratto inizia a mancarci.
Ora uscirei volentieri, ad ammirare il buco di piazzetta in fondo alla via, a due metri da ogni essere senziente. Quasi vorrei avere un cane, per passeggiare al parchetto inebriato di pipì, armata di guanto e stoica dedizione. Sola, veramente, e in pace. Ora vorrei, ma non è il caso.
Ora vorrei – ci penso e mi mordo un labbro – aver passeggiato più spesso dal Duomo a Cadorna, senza prendere la metro. Vorrei essermi seduta al parco da sola più spesso. Studiando, leggendo, oppure non facendo proprio un bel niente. Vorrei aver tenuto qualche distanza in più, essere andata più spesso in giro con me stessa. Aver preteso più tempo, più silenzio, più spazio. Non perché volessi allontanare gli altri, ma perché mi serviva un poco di spazio per vivere, per crescere, per esplorare, per capire.

E mi sa che per questo non bastano due metri.

Un pensiero riguardo “Social distancing

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