Domani si vedrà

Il 4 gennaio scorso io e Christian eravamo in Liguria, seduti in una piazzetta davanti al mare, alle dieci del mattino. Il giornale titolava dell’uccisione di Soleimani e molti paventavano un’imminente guerra. Forse con sincera preoccupazione, forse per il banale fascino che portano con sé tutti gli eventi, per quanto terribili, che segnano la storia e a cui hai la sfortuna e il privilegio di assistere.

Noi invece, eravamo un po’ scettici, un po’ stupiti, un po’ anche superficiali, come sempre ci succede quando abbiamo troppe domande: “Per oggi va così: lì c’è il sole, là c’è il mare, qui ci sei tu. Domani si vedrà”. È un domani di incertezza, ma sembra lontano.

Perché in qualche modo la devi bloccare sul principio, questa sensazione di imminente rovina. Le devi ridere in faccia, devi provare a guardare altrove, al sole.
In realtà, certe domande buie ce le siamo sempre fatte, ciclicamente. Un po’ per celia, un po’ per macabro realismo, un po’ per metterci alla prova. Immagina che scoppi una guerra in Europa: noi cosa faremmo? Immagina che la Cina conquisti l’Africa. Immagina che un giorno si possa fare una gita a Damasco, come adesso a Parigi. Immagina che l’Italia diventi uno stato autoritario. Immagina la prossima grossa scoperta tecnologica. Immagina di assistere al disastro climatico.
Che poi, fra tante sciocchezze, si nascondono le domande fondamentali: in che mondo vivremo? Che mondo stiamo preparando? Ma soprattutto: abbiamo ancora la possibilità di prepararlo? O siamo già alla deriva?
Capisci che, se invece di goderti il sole delle dieci a Portofino al 4 gennaio, ti metti a pensare a queste domande tutte insieme, allora puoi anche prendere la ringhiera e buttarti contro gli scogli. Nessuno verrà a salvarti.
E quindi, quel giorno abbiamo pensato che il nostro più grande problema, per il momento, fosse goderci la nostra pace, e imparare a portarcela appresso: in vacanza, a casa, al lavoro, nella vita. Chissà che così non si impari a portarsela anche in guerra.

Due mesi dopo, in effetti, ci siamo ritrovati in mezzo a uno di quegli eventi eccezionali su cui spesso avevamo scherzato (ma ovviamente neanche lontanamente ipotizzato). Semplici spettatori, mai toccati da vicino, nessuna conseguenza rilevante. Molto sollievo, per ora.
Eppure, la sensazione di confusione si affaccia un giorno sì e l’altro no, ora che abbiamo il tempo di mettere a fuoco quello che è stato e che non sappiamo fare ipotesi oneste su quello che verrà. E non parlo di salute pubblica.
Siamo confusi, “desolati è la parola giusta”, increduli. Abbiamo domande così grandi che non so da quale parte leggerle. Allora faccio un passo indietro a quel 4 gennaio di sole, e ricomincio il gioco delle parti.
Immagina che un giorno si diffonda un virus sconosciuto e contagioso.
Immagina che in tre mesi muoiano 32 mila persone in Italia, 345 mila nel mondo.
Immagina che la sanità arrivi al collasso. Immagina gli ospedali da campo.
Immagina la fuga da Milano e i militari che bloccano lo Stretto di Messina.
Immagina che dobbiamo restare due mesi e mezzo a casa e uscire solo per estrema necessità, evitando i contatti sociali.
Immagina che i bambini non possano andare a scuola o giocare fra di loro.
Immagina che i ragazzi studino da casa e si chiudano in sé stessi.
Immagina che scoppi una crisi economica peggiore di quella del 2008.
Immagina che chi va in spiaggia sia braccato dagli elicotteri.
Immagina di rosicare contro gli anziani che escono tutti i giorni per passeggiare fino al supermercato e comprare un etto di cotto.
Immagina di insultare chi va a correre alle sei del mattino.
Immagina di avere paura degli altri. Paura per gli altri. Paura di te stesso.
Immagina di avere un attacco di panico quando esci di casa. Per andare in cantina.
Immagina che ci deprimiamo. Molto più di prima.
Immagina che diventiamo violenti.
Immagina che non possiamo toccarci.
Immagina che ci abituiamo ai discorsi paternalistici delle istituzioni.
Immagina che cambiamo idea ogni volta che esce un nuovo hashtag.
Immagina la nuova frontiera dell’odio sociale. Quelli che stanno a casa contro quelli che stanno nelle metro. Quelli che rispettano le regole contro quelli che se ne fregano. Quelli che si fanno sottomettere contro quelli che hanno capito tutto. Quelli bravi e quelli che hanno la colpa.
Immagina che abbiamo noi la colpa. Se stiamo a casa, è solo colpa nostra: basta terrorismo, non possiamo fallire! Se usciamo, è solo colpa nostra: e se tutti facessero così? Se stiamo a distanza, è solo colpa nostra: oggi questo, domani la dittatura! Se ci assembriamo, è solo colpa nostra: ah, maledetti aperitivi! Se siamo giovani, è solo colpa nostra: incoscienti, ci mettete tutti a rischio! Se siamo vecchi, è solo colpa nostra: rimbambiti, è per voi che restiamo a casa!
Immagina che non abbiamo un piano. Che stiamo appesi ai numeri. Che non ci sia prevenzione.
Immagina di chiedere aiuto e di non fidarti di nessuno.

Non credo che avremmo risposto bene a queste domande e non so rispondere a tutte quelle che nascono di conseguenza. Prima fra tutte: in che paese, in che mondo vivremo?
Non so se sapremo più giocare con le grandi incognite del futuro né se sapremo essere ancora felicemente superficiali. Ma non mi sembra neanche così divertente, adesso.
Sicuramente abbiamo bisogno di trovare un nuovo modo per affrontare le nostre incertezze. Uno potrebbe essere questo: “Per oggi va così: confusi, increduli, desolati. Domani si vedrà”. È un domani di speranza, anche se sembra lontano. Ma da qui, da questa piccola angoscia, stavolta ci dobbiamo passare. Oggi.

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