Urlare senza voce

Era questo il mio incubo più frequente, da bambina: trovarmi in una situazione in cui parlare fosse questione di vitale importanza e scoprirmi improvvisamente, incomprensibilmente afona. E quindi sforzarmi, gonfiare il collo, stirarmi con gli occhi fuori dalle orbite cercando di urlare fortissimo. Ma senza voce.

Un incubo che poco aveva a che vedere con il mio stato di bambina ben considerata, ascoltata e seguita dai grandi con cui aveva a che fare. Figlia primogenita, prima nipote femmina, coccolata dai genitori e vezzeggiata da una grande squadra di parenti adulti, lontani geograficamente ma affettivamente molto vicini.

Se ripenso alla mia infanzia, ai primi momenti più annebbiati nella memoria, la ricordo con un’immagine molto calda: un salotto, io sempre al centro, e i miei amati “grandi” di famiglia tutti attorno, intenti a ridere di una mia battuta, a stupirsi di qualche frase intelligente, o semplicemente a farmi ridere a mia volta. Quello che si fa con tutti i bambini, insomma. Eppure, dai miei due anni e nella mia ignoranza della vita, tutte quelle attenzioni e quell’entusiasmo mi apparivano eccezionali; sicché, in quanto causa scatenante, io stessa non potevo che reputarmi una creatura eccezionale.

Anni dopo, ebbi la conferma che questa valutazione era autenticamente condivisa dalla squadra, che riteneva davvero di essere al cospetto di una bambina soprannaturale.

Questo, almeno, secondo la versione dei miei genitori, che custodivano memoria dei miei più strabilianti traguardi: “amore mio, a sei mesi parlavi, a due anni imparavi scioglilingua e a tre anni usavi il congiuntivo; a leggere e scrivere hai imparato a quattro anni e mezzo – da sola! – chissà dove arriverai…”.

In un tale ecosistema di orgoglio e stima, non c’è da stupirsi, dunque, se una voce io l’abbia sviluppata molto presto e abbia continuato ad esercitarla anche in mezzo al mondo, forte e chiara.

Eppure, nonostante tutte queste premesse – e non a causa loro, come qualche Freud de noantri potrebbe osservare, sbagliando – un giorno è successo. Forse non è stato un giorno solo, a ben vedere, forse è stato un processo graduale… ad ogni modo, è successo che a un certo punto la voce l’ho persa davvero.

Persa…no: l’ho chiusa a chiave. E insieme alla voce, evidentemente, tante altre cose che mi parlavano, risuonando in qualche cassa dentro alla mia mente di ragazza, donna poi. Ho ignorato, azzittito tutto un mondo, relegato a qualche sogno o insonnia notturna, col cellulare in mano.

Come sia successo, non lo ricordo. Ma vorrei ipotizzarlo, immaginando, raccontando la storia di una lei che potrebbe assomigliarmi, che potrebbe nascondersi in qualche ricordo.

Ora che la voce parlata non mi assiste, riapro la porta a quella scritta.

13 pensieri riguardo “Urlare senza voce

  1. Sai che in molti passaggi mi ci ritrovo? Tranne nella parte in cui tutti mi dicono bravo, perché, essendo bravo, non lo sei mai abbastanza. 😅

    Però ho avuto un merito in tutto questo: dormire sugli allori e perdere terreno, così da dover far fatica per anni in seguito… tuttora, in effetti. Però va bene anche così! 😉

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  2. Grazie Francesca. Il cammino per capire *dove* si è interrotta la comunicazione (prima di tutto con me stessa, poi e quindi con gli altri) l’ho appena iniziato, sarà lungo, ma sentire incoraggiamenti altri, anche virtuali, è molto prezioso.

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  3. Una narrazione autobiografica molto sentita ancora oggi.
    Meglio essere liberi da aspettative “oltre misura ” o da condizionamenti eccessivi.
    Chi cresce i propri figli come piccole persone da guidare attentamente ma con rispetto vedrà frutti amabili e autonomi . Ma essere genitori pronti non è facile. Accade ma non di frequente. Loro portano con sé la propria storia. Il tuo racconto è bello perché naturale, mi ha commosso. Le parole scritte formano il percorso per giungere al parlato . In ogni caso vivere in pace con se stessi è la conquista più importante ,piena se ci permette di farlo con altri da noi. Aurora hai un bellissimo nome. Grazie ti abbraccio

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  4. C’è un gusto profondo nell’essere nessuno, poiché nessuno è molto meglio d’essere uno qualunque, per di più ci rende liberi dalle sovrastrutture. Piano piano la voce tornerà, intanto esistono le tue parole scritte che, pur non urlate, raccontano quel che serve.

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  5. Anch’io, bimba intelligente e precoce, sono cresciuta nella convinzione di essere una persona straordinaria, eccezionale, un vero genio… finché non ho capito di essere in fondo una persona come tantissime altre!

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