Un corpo senza voce

Quante volte aveva urlato da piccola, la minuscola bambina prodigiosa, per gioia o per capriccio o per tristezza, non è possibile contarle. Ogni volta, sapeva che qualcuno l’avrebbe ascoltata, confortata, sgridata forse.
Qualcuno l’avrebbe sentita, si sarebbe accorto della sua esistenza.

Anche più avanti, crescendo, questa sua voce continuava a risuonare, a dare conferma di sé. Certo, non che fosse sempre facile usarla con fermezza, ma questa è, sarà, un’altra storia.
Tuttavia, esisteva: era avvertita all’esterno. E con essa – grazie ad essa -, era sicura di esistere anche lei.

Tranne quel giorno. Quel giorno si scrisse un pezzo della storia di questi silenzi. Non fu l’unico, né il primo: fu forse il più potente.
Pertanto merita un buon posto, nella narrazione.

Quel giorno era una notte. Lei non era da sola, nella solita stanza, nel solito letto. Erano in due: parlavano, si toccavano, stavano bene, erano insieme. Due voci, quattro orecchie.
è così quando sei in due, no?: due voci quattro orecchie. La sua voce è la più dolce da ascoltare, e la tua voce dice le cose più giuste, quando lui ascolta solo te.
In notti così, pensava che non era mai esistita prima, tanto intensamente. Pensava che si potesse esistere solo con due orecchie ad ascoltarti, due occhi fissi addosso, dieci dita puntate: il massimo dell’attenzione per il massimo della vita.

Eppure.

Nel mezzo della notte lui propone un esperimento, alla Verdone ma senza accento romanesco. Tu, da sempre titubante, insperatamente accetti. Sei troppo felice di esistere: vuoi vivere tutto, urlando di gioia come la bambina che eri, che tra poco non sarai più.
Però, c’è un però: al tuo “basta, mi fai male”, lui deve fermarsi. Piuttosto superfluo, a ben vedere. Neanche il barista più generoso, al mio “basta grazie!” seguiterebbe a riempirmi il boccale. O la dentista più zelante, neppure lei al mio “basta!” si ostinerebbe a scavarmi in bocca senza lasciarmi un attimo per respirare.
Superfluo, quindi, quell’avviso, ma era stato pronunciato, inequivocabile.

Eppure.

Quella notte la voce di lei non l’ha sentita nessuno. Diceva “basta” – poi lo urlava – mentre lui andava avanti ancora un po’.
Poiché nessuno la ascoltava, quella voce non esisteva, né esisteva la persona che la usava.
Solo il corpo, ne restava. Un corpo vuoto, privato della voce, della volontà: solo un attrezzo contro cui premersi, su cui fare qualcosa, pensando ad altro.
Questo lui faceva, mentre era rimasto da solo. Non erano in due, non lo sarebbero stati mai più.

Questo succedeva quella notte.
Non per troppo tempo: solo “ancora un po’”.
Non con troppo dolore: solo un’istantanea sensazione di inesistenza.

9 pensieri riguardo “Un corpo senza voce

  1. Mi ha colpito molto il passaggio dalla fiducia, l’abbandono, la ricerca di nuove emozioni o forse di compiacere, per poi arrivare alla consapevolezza, il rifiuto, il dolore, la delusione. Molto coinvolgente.

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  2. Un racconto molto potente e forte che riguarda il silenzio delle violenze, un silenzio che purtroppo ancora oggi non viene ascoltato da molti. Sono rimasto molto impressionato, hai fatto un lavoro incredibile!

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