Il re del cortile

Il re del cortile era l’annaffiatoio azzurro. Marta lo immaginava come un elefante sorridente e colorato, nei suoi disegni di bambina. La proboscide affusolata, le orecchie grandi e le zampe cilindriche. Il suo lavoro era il più magico e importante di tutti: dava da bere ai fiori, alle azalee e ai gerani della mamma, dava loro la vita nel torrido agosto milanese.

Ad agosto a Milano c’erano certi pomeriggi in cui avresti voluto non essere mai nato. In quei pomeriggi, tra zanzare e asfalto rovente, Marta pensava al mare e contava i giorni che mancavano alle ferie di papà. Suo fratello Valerio le girava attorno sul triciclo nuovo – giallo e rosso: comprato apposta in colori unisex, ma già monopolizzato dal più piccolo. Non si stancava mai di quel triciclo, girava e girava in continuazione – cambiando verso, ogni tanto, quando gli veniva la nausea – finché la sorella non riusciva ad afferrarlo dal sellino, reclamando il suo turno. Al che, il monello si alzava, con lo sguardo della volpe che schifa l’uva, e si gettava sull’annaffiatoio, per imbeverare le piantine. Giungeva allora la mano salvatrice della mamma, che afferrando l’attrezzo di vita ne impediva un utilizzo votato alla morte. “No, amore, gliel’ho già data. Impara: le piante muoiono di troppa acqua.”

Ma lui non imparava mai, e ogni giorno si sfiorava la stessa catastrofe.

In verità, Valerio non imparava mai niente in assoluto. Tutte le ginocchia sbucciate, i giocattoli rotti, i bernoccoli in testa non gli avevano insegnato niente: quando una cosa funzionava bene, gli piaceva, continuava a farla.

Per questo non aveva imparato che al brivido della velocità di un triciclo in discesa si accompagna sempre una rovinosa grattata sull’asfalto, o che la gioia impressa a un giocattolo lanciato contro il muro non gli eviterà di rompersi. Per questo non capiva come mai quell’acqua pulita e fresca, che dava la vita ai gerani e alle azalee, potesse dar loro anche la morte.

Il giorno più bello di agosto era la partenza per il mare. Alle quattro di pomeriggio Marta, Valerio, mamma e papà saltavano sulla Cinquecento del signor Prandelli. Alle quattro e mezza erano sotto il ferro e i vetri della stazione Centrale, con un occhio sul biglietto e l’altro al tabellone delle partenze. Una dopo l’altra, le tessere nere e bianche costruivano orari e nomi di città trascurabili, spinte da una forza misteriosa e affascinante, come quella che ogni primavera schiudeva i fiori nel cortile. Finalmente, prendeva forma il nome della Città, della loro meta. Il pensiero correva alla spiaggia che aveva visto nascere mamma e papà, e i loro piedini crescere negli anni.

A bordo del treno notte, grigio e fiero coi suoi tricolore, il viaggio era lungo ma mai noioso. Una volta il papà aveva parlato degli aerei (o aeri, come diceva Valerio rapito): diceva che per atterrare sulla loro spiaggia ci mettevano solo due ore. Ma Marta non avrebbe mai scambiato quella corsa nei cieli con il loro lento viaggio attraverso il paese e i suoi abitanti. Viaggiavano nelle cuccette da sei – se andava bene tutti nella stessa, altrimenti lei e il fratellino erano costretti a separarsi dolorosamente per seguire un genitore a testa, in attesa di ricongiungersi urlanti nel corridoio con la moquette verde. Papà leggeva il giornale, studiando i passeggeri che si avvicendavano, finché non scorgeva nella loro persona un particolare curioso su cui imbastire un dialogo qualsiasi. La mamma guardava affascinata i paesaggi che sfilavano fuori dal finestrino, rispondendo distrattamente di tanto in tanto alle domande retoriche del marito. Quelle diciassette ore erano l’unico momento di solitudine ed evasione da una quotidianità di amorevoli doveri che ricominciava anche in vacanza. I bambini ascoltavano i discorsi dei grandi, disegnavano il mare su taccuini stropicciati, cantavano canzoncine e si rincorrevano tra le cuccette. In quei lunghi viaggi, che sapevano di carta stampata, fumo e sudore, imparavano a conoscere l’umanità in tutte le sue affascinanti sfaccettature. Insegnanti precarie trasferite al nord per guadagnare punteggio, studenti stranieri in visita in Italia – coi loro zaini pieni di libri e aspettative –, pensionati di ritorno a casa dopo aver visitato i figli lontani per lavoro, manager che si trattenevano solo un paio di fermate e sbuffavano di economia e politica.

Dopo una notte scomoda ed eccitante, cullati dal movimento del treno e dalle ninna nanne delle mamme, in una collettiva primordiale carezza, i finestrini si aprivano finalmente sull’aria salmastra. Mancavano solo poche ore. Nonostante fosse felice di essere quasi ai piedi del suo mare, a Marta dispiaceva un po’ che il viaggio stesse per finire. Era bello pazientare nell’attesa di un’estate ancora immaginata. L’arrivo, appagando il desiderio, avrebbe annullato quello stato di incantevole trepidazione. Le ultime ore di viaggio diventavano, così, le più preziose: indugiava su ogni ricamo di ogni vestito di ogni signora in piedi davanti alla toilette, su ogni scrostatura di ogni cartello di ogni stazione ferroviaria, su ogni colore di ogni ombrellone in ogni spiaggia che scorreva davanti al suo naso, premuto contro il vetro appannato.

Il viaggio finiva con la traversata dello Stretto. Il treno diventava tutto nero, come se fosse in una galleria, e invece era solo nella pancia della nave. Valerio interrompeva qualsiasi gioco, alzava gli occhi e rideva: aveva capito cosa stava succedendo. Con un gridolino di piacere si lanciava verso la porta della carrozza, con la mamma o la sorella alle calcagna, e poi fuori, verso la luce, il ponte, la prua. Finalmente. La città si apriva davanti ai suoi occhi frustati dal sole, col porto ricurvo teso in un abbraccio immutabile. Si teneva forte alla ringhiera bianca e fredda, per non essere spinto indietro dal vento. Voleva stare proprio davanti davanti!, in prima fila allo spettacolo del mare.

Crescendo, la lotta contro il vento diventò sempre più pacifica. Non aveva più bisogno di aggrapparsi alla ringhiera, poteva passeggiare per il ponte, fuori e dentro al bar, in cerca di turiste – meglio se straniere – con cui esercitare il suo inglese e il suo charme, per solleticare la sua ingenua vanità. Marta lo guardava da lontano, seduta con un libro in mano. Sorrideva in silenzio cercando di intuire dai gesti e dai movimenti delle labbra cosa stesse dicendo, finché le prede del fratello si stancavano di civettare e lo lasciavano da solo, imbronciato e incompreso. Allora Valerio andava a sedersi accanto a lei e iniziava a lamentarsi di quanto fossero snob le francesi, con quell’aria da volpe che ha perso il gusto per l’uva, come faceva da piccolo quando non otteneva ciò che voleva. Lei rideva e lo stuzzicava, spettinandogli i riccioli biondi con una mano e chiamandolo “Valeriuccio”. Lo amava moltissimo.

Le estati passavano, troppo brevi per fare tutto ciò che i loro anni desideravano ma abbastanza lunghe da rendere straziante il ritorno. La ciclicità del tempo e la ripetitività delle abitudini davano a quei giorni beati l’apparenza di un’eternità che si scontrava inevitabilmente con l’arrivo di settembre. Le giornate iniziavano alle 10, con l’odore di cipolla del 7, l’autobus che portava alla spiaggia più bella della città, e si concludevano sempre nella stessa veranda fresca e illuminata da un faretto tremolante, con gli amici stagionali. Il gruppo cambiava nel corso degli anni, allargandosi o restringendosi casualmente, ma i legami creati in poche settimane vivevano indissolubili e veri, forse perché nati in quella temporanea pausa di beatitudine estranea alla realtà, a cui ognuno sarebbe ritornato a centinaia di chilometri dagli altri, in autunno. Non avevano niente in comune, tranne l’estate: forse se si fossero conosciuti in un altro periodo dell’anno non sarebbero riusciti ad andare oltre gli sguardi diffidenti e le fredde frasi di circostanza. E pur tuttavia, la breve vicinanza li influenzava e plasmava indissolubilmente l’uno a immagine degli altri. Così, ben presto Marta imparò a camminare sui tacchi alti, come le aveva insegnato Francesca; Francesca iniziò ad ascoltare i Duran Duran, perché le ricordavano Valerio; Valerio si appassionò di moto, incuriosito da Luigi; Luigi incominciò a prendere nota dei libri che Marta leggeva d’estate, per cercarvi il ricordo di lei in inverno… E gli altri di seguito.

Poi venne l’estate dell’88. Valerio aveva appena compiuto diciotto anni, era orgoglioso, energico, vivace, deciso a spremere ogni secondo di quella che era l’ultima estate da adolescente, prima della maturità, e la prima da adulto, finalmente maggiorenne. Sul ponte del traghetto aguzzava la vista sulla città, associando ad ogni chiazza di colore un luogo noto, insieme a un ricordo o una voglia da soddisfare. Di tanto in tanto gettava indietro con uno scatto i riccioli lunghi e disordinati che gli cadevano sulla fronte, abbandonandoli al vento caldo.

Rincontrare gli amici di una vita fu una festa che si protrasse per tutta la prima settimana di vacanza. Ma Marta non aveva più tanto tempo da trascorrere con quei ragazzini: adesso andava all’Università. Tra l’ultimo esame di luglio e la preparazione per il primo di settembre si concedeva giusto una settimana di pausa, che aveva già consumato a Milano passeggiando su e giù per il Parco Sempione con le dita intrecciate a quelle di qualcun altro. Nessuno sapeva chi fosse colui, nemmeno suo fratello, ma tutti si erano ormai abituati allo scalpiccio delle sue ciabatte che si precipitavano a rispondere al telefono ogni sera alle sette e mezza. Ben diverso era l’entusiasmo con cui accoglieva le chiamate di Luigi, che tutti i giorni si informava su come stesse andando il suo studio, cosa avesse mangiato a pranzo, e le rinnovava l’invito a passare una mattinata in spiaggia, tutti assieme, come quando erano piccoli. “Vediamo, Luigì” – lei non poteva saperlo, ma quando le sfuggiva quel nomignolo infantile, gli occhi di lui tremavano come la luce del faretto nella veranda – “vediamo a che pagina arrivo ‘stasera. Sono indietro.” E lui in parte sperava di trovarla il mattino seguente alla fermata del 7, e in parte già sapeva che quella era la scusa usata da Marta per acconciare al meglio la sua irrimediabile e malcelata insofferenza. Ma in barba a ogni amor proprio, perseverava in quelle atroci telefonate, con la tenacia dell’acqua che forma la stalattite. Come chi sa che ogni passo è uno spaventoso tuffo nel vuoto, ma anche che vale la pena di cadere, se è l’unico modo per tentare di modellare un capolavoro, granello dopo granello.

Al contrario di Luigi, Valerio collezionava un successo dopo l’altro. Raramente era solo alla guida e raramente ospitava la stessa passeggera sul retro della sella. Finalmente lo zio Mimmo, dopo tante suppliche, si era deciso a prestargli il suo motorino, un bell’Oxford tutto nero, col manubrio ricurvo all’indietro come i capelli di una ragazza tesi dalla velocità della corsa. Poco più grande di una bicicletta, bastava comunque a farlo sentire un drago, col suo rombo dispettoso e il sellino sollevato nella parte posteriore, come la pinna di uno squaletto.

(continuerà)

– Segue da “Cubo di Rubik”: https://wp.me/p7Ud1v-2V

6 pensieri riguardo “Il re del cortile

  1. Esatto: piccole, semplici e utili. Sono quegli oggetti che in fondo non cambiano mai, al massino si fanno in nuovi materiali. Ma quelli di una volta in metallo sono indistruttibili. Non oso immaginare a quando risalgano quelli che ancora usiamo nel giardino di casa mia

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...