Il re del cortile

Il re del cortile era l’annaffiatoio azzurro. Marta lo immaginava come un elefante sorridente e colorato, nei suoi disegni di bambina. La proboscide affusolata, le orecchie grandi e le zampe cilindriche. Il suo lavoro era il più magico e importante di tutti: dava da bere ai fiori, alle azalee e ai gerani della mamma, dava loro la vita nel torrido agosto milanese.

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Cubo di Rubik

Erano da poco passate le otto e Alberto era seduto su uno scivolo, in una delle aree per bambini del parco Sempione. Aveva lasciato a casa il cellulare: era una di quelle sere in cui i contatti col mondo non facevano altro che infastidirlo. Finalmente solo. Bambini e cani, con padroni e genitori al seguito, avevano lentamente abbandonato il territorio, lasciandolo a disposizione di chi più di loro necessitava di spazi aperti e vuoti. Spazi da riempire. Di cosa? Difficile a dirsi: di cose imprigionate nel petto, che a stare lì costrette si nutrono di loro stesse, si ingigantiscono e diventano violente – tanta è la voglia di uscire. Per liberare un po’ di quelle cose si faceva bastare un’ora, prima che il parco chiudesse. Aveva portato con sé il cubo che gli aveva regalato sua sorella due settimane prima. Ormai aveva imparato: sapeva risolverlo fino alla fine e ogni volta ci metteva quattro secondi in meno della precedente. In media. Tutto vero, tutto cronometrato. Tutto calcolato.
Ogni tentativo riuscito, ogni secondo guadagnato sul quadrante dell’orologio, era una porta che si apriva sul petto e faceva uscire una nuvola nera. Ogni quadratino riportato accanto ai suoi simili era una boccata d’aria fresca per il suo cuore compresso e schiacciato dal caos in continua proliferazione. Era magnifica la logica con cui giungeva a riordinare quel groviglio geometrico di colori: ogni movimento aveva una causa e uno scopo preciso, nessuna rotazione avveniva senza motivo, per ogni problema c’era sempre una soluzione matematica. Magari nascosta dietro un’intuizione non immediata, ma una soluzione c’era. Sempre. Fosse stata così quadrata anche la sua vita… forse quella sera non sarebbe stato seduto su uno scivolo a risolvere rompicapi per liberarsi il cuore.

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Foglie secche

Una città algida e luminosa la sorprese quella mattina d’inizio ottobre. Milano, rotta da un sole sfuggente e curioso, infiltrato tra le guglie e le foglie gialle dei tigli, è tutta nella sua strada –  fredda, dura, pulita e sfiorata solo fugacemente. Tra il Duomo e il Parco Sempione si consumava il rito giornaliero di anni vissuti tra predellini e caffè troppo zuccherati, rimbalzando tra doveri e piaceri. Senza sosta, ma non con fatica, ché la pallina quando cade – per quanto sia violento l’impatto – non può che riceverne una spinta uguale e contraria che la riporti in volo. Tra il Duomo e il parco il rito si consumava, dunque, ma non li coinvolgeva: era necessario che restasse confinato sulla strada, in viaggio – vietato legarsi a un luogo statico!, non gli conveniva.
Dicevamo che quella mattina la sorprese, sì. Il caso volle – o forse fu colpa di uno spazzafoglie – che il rito si interrompesse bruscamente. Sul marciapiede di una strada piena di autobus qualcosa rompeva il grigio con sbrilluccichi di giallo, verde e marrone – sì, anche il marrone sa essere luminoso –, qualcosa di informe, instabile e a prima vista leggero. Non le sembrava di aver mai visto niente di simile, o meglio: non le sembrava di averlo mai considerato niente più che un ammasso di spazzatura, un intralcio fastidioso che si appiccica sotto i tacchi, o l’immagine scadente dello scorrere del tempo ciclico che uccide la vita. Foglie secche. Raggruppate in un mucchio lungo una decina di metri, alto quanto basta per saltarci dentro, largo…

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