Cubo di Rubik

Erano da poco passate le otto e Alberto era seduto su uno scivolo, in una delle aree per bambini del parco Sempione. Aveva lasciato a casa il cellulare: era una di quelle sere in cui i contatti col mondo non facevano altro che infastidirlo. Finalmente solo. Bambini e cani, con padroni e genitori al seguito, avevano lentamente abbandonato il territorio, lasciandolo a disposizione di chi più di loro necessitava di spazi aperti e vuoti. Spazi da riempire. Di cosa? Difficile a dirsi: di cose imprigionate nel petto, che a stare lì costrette si nutrono di loro stesse, si ingigantiscono e diventano violente – tanta è la voglia di uscire. Per liberare un po’ di quelle cose si faceva bastare un’ora, prima che il parco chiudesse. Aveva portato con sé il cubo che gli aveva regalato sua sorella due settimane prima. Ormai aveva imparato: sapeva risolverlo fino alla fine e ogni volta ci metteva quattro secondi in meno della precedente. In media. Tutto vero, tutto cronometrato. Tutto calcolato.
Ogni tentativo riuscito, ogni secondo guadagnato sul quadrante dell’orologio, era una porta che si apriva sul petto e faceva uscire una nuvola nera. Ogni quadratino riportato accanto ai suoi simili era una boccata d’aria fresca per il suo cuore compresso e schiacciato dal caos in continua proliferazione. Era magnifica la logica con cui giungeva a riordinare quel groviglio geometrico di colori: ogni movimento aveva una causa e uno scopo preciso, nessuna rotazione avveniva senza motivo, per ogni problema c’era sempre una soluzione matematica. Magari nascosta dietro un’intuizione non immediata, ma una soluzione c’era. Sempre. Fosse stata così quadrata anche la sua vita… forse quella sera non sarebbe stato seduto su uno scivolo a risolvere rompicapi per liberarsi il cuore.

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