Foglie secche

Una città algida e luminosa la sorprese quella mattina d’inizio ottobre. Milano, rotta da un sole sfuggente e curioso, infiltrato tra le guglie e le foglie gialle dei tigli, è tutta nella sua strada –  fredda, dura, pulita e sfiorata solo fugacemente. Tra il Duomo e il Parco Sempione si consumava il rito giornaliero di anni vissuti tra predellini e caffè troppo zuccherati, rimbalzando tra doveri e piaceri. Senza sosta, ma non con fatica, ché la pallina quando cade – per quanto sia violento l’impatto – non può che riceverne una spinta uguale e contraria che la riporti in volo. Tra il Duomo e il parco il rito si consumava, dunque, ma non li coinvolgeva: era necessario che restasse confinato sulla strada, in viaggio – vietato legarsi a un luogo statico!, non gli conveniva.
Dicevamo che quella mattina la sorprese, sì. Il caso volle – o forse fu colpa di uno spazzafoglie – che il rito si interrompesse bruscamente. Sul marciapiede di una strada piena di autobus qualcosa rompeva il grigio con sbrilluccichi di giallo, verde e marrone – sì, anche il marrone sa essere luminoso –, qualcosa di informe, instabile e a prima vista leggero. Non le sembrava di aver mai visto niente di simile, o meglio: non le sembrava di averlo mai considerato niente più che un ammasso di spazzatura, un intralcio fastidioso che si appiccica sotto i tacchi, o l’immagine scadente dello scorrere del tempo ciclico che uccide la vita. Foglie secche. Raggruppate in un mucchio lungo una decina di metri, alto quanto basta per saltarci dentro, largo…

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