I racconti del Parco Sempione

Nel 2016 ero una pigra studentessa universitaria che perdeva molto tempo ad osservare oggetti comuni, costruendoci sopra castelli di parole, di storie. Nei miei lunghi viaggi in pullman, mi ritrovai a scrivere così un racconto per ogni oggetto: una foglia, un cubo di Rubik, un annaffiatoio azzurro. Racconti indipendenti ma collegati fra loro, estranei che si chiamano l’un l’altro, come due sconosciuti che si incrociano ogni giorno al Parco Sempione.

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Il re del cortile

Il re del cortile era l’annaffiatoio azzurro. Marta lo immaginava come un elefante sorridente e colorato, nei suoi disegni di bambina. La proboscide affusolata, le orecchie grandi e le zampe cilindriche. Il suo lavoro era il più magico e importante di tutti: dava da bere ai fiori, alle azalee e ai gerani della mamma, dava loro la vita nel torrido agosto milanese.

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Cubo di Rubik

Erano da poco passate le otto e Alberto era seduto su uno scivolo, in una delle aree per bambini del parco Sempione. Aveva lasciato a casa il cellulare: era una di quelle sere in cui i contatti col mondo non facevano altro che infastidirlo. Finalmente solo. Bambini e cani, con padroni e genitori al seguito, avevano lentamente abbandonato il territorio, lasciandolo a disposizione di chi più di loro necessitava di spazi aperti e vuoti. Spazi da riempire. Di cosa? Difficile a dirsi: di cose imprigionate nel petto, che a stare lì costrette si nutrono di loro stesse, si ingigantiscono e diventano violente – tanta è la voglia di uscire. Per liberare un po’ di quelle cose si faceva bastare un’ora, prima che il parco chiudesse. Aveva portato con sé il cubo che gli aveva regalato sua sorella due settimane prima. Ormai aveva imparato: sapeva risolverlo fino alla fine e ogni volta ci metteva quattro secondi in meno della precedente. In media. Tutto vero, tutto cronometrato. Tutto calcolato.
Ogni tentativo riuscito, ogni secondo guadagnato sul quadrante dell’orologio, era una porta che si apriva sul petto e faceva uscire una nuvola nera. Ogni quadratino riportato accanto ai suoi simili era una boccata d’aria fresca per il suo cuore compresso e schiacciato dal caos in continua proliferazione. Era magnifica la logica con cui giungeva a riordinare quel groviglio geometrico di colori: ogni movimento aveva una causa e uno scopo preciso, nessuna rotazione avveniva senza motivo, per ogni problema c’era sempre una soluzione matematica. Magari nascosta dietro un’intuizione non immediata, ma una soluzione c’era. Sempre. Fosse stata così quadrata anche la sua vita… forse quella sera non sarebbe stato seduto su uno scivolo a risolvere rompicapi per liberarsi il cuore.

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Foglie secche

Una città algida e luminosa la sorprese quella mattina d’inizio ottobre. Milano, rotta da un sole sfuggente e curioso, infiltrato tra le guglie e le foglie gialle dei tigli, è tutta nella sua strada –  fredda, dura, pulita e sfiorata solo fugacemente. Tra il Duomo e il Parco Sempione si consumava il rito giornaliero di anni vissuti tra predellini e caffè troppo zuccherati, rimbalzando tra doveri e piaceri. Senza sosta, ma non con fatica, ché la pallina quando cade – per quanto sia violento l’impatto – non può che riceverne una spinta uguale e contraria che la riporti in volo. Tra il Duomo e il parco il rito si consumava, dunque, ma non li coinvolgeva: era necessario che restasse confinato sulla strada, in viaggio – vietato legarsi a un luogo statico!, non gli conveniva.
Dicevamo che quella mattina la sorprese, sì. Il caso volle – o forse fu colpa di uno spazzafoglie – che il rito si interrompesse bruscamente. Sul marciapiede di una strada piena di autobus qualcosa rompeva il grigio con sbrilluccichi di giallo, verde e marrone – sì, anche il marrone sa essere luminoso –, qualcosa di informe, instabile e a prima vista leggero. Non le sembrava di aver mai visto niente di simile, o meglio: non le sembrava di averlo mai considerato niente più che un ammasso di spazzatura, un intralcio fastidioso che si appiccica sotto i tacchi, o l’immagine scadente dello scorrere del tempo ciclico che uccide la vita. Foglie secche. Raggruppate in un mucchio lungo una decina di metri, alto quanto basta per saltarci dentro, largo…

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Farfalle lungo la Senna

Che sia bello o brutto tempo, ogni sera verso le cinque è mia abitudine andarmene a passeggio al Palais Royal. Sono io quel tipo sempre solo, seduto a fantasticare sulla panchina. E la panchina prediletta rimane la stessa da tempi immemorabili. La vidi un giorno, mentre passeggiavo con dei colleghi, e fu amore a prima vista. La mattina seguente tornai, da solo, per testare la comodità di quell’ammasso di legno e ferro dipinto di verde; mi ero trasferito da poco e trovare un posticino privato presso il quale fermarmi a fantasticare, in una città immensa ed ancora a me estranea, quale Parigi, mi sembrava una prospettiva ottima.
Un pomeriggio, però, la mia panchina cambiò aspetto. Non mi ci potei neanche sedere, a causa del vistoso cartello che, con le raccapriccianti parole “vernice fresca” scritte a caratteri cubitali, intimava all’incauto passante una certa distanza.
Continuai quindi a vagabondare tra i cappotti frenetici, finché non scoprii quanto fosse efficace fantasticare passeggiando. Star seduti è senza dubbio molto più comodo, ma la panchina agisce come una calamita di idee, rendendo il fantasticare molto più semplice e noioso. Mi spiego: essendo seduto, il fantasticone non deve far altro che aprire gli occhi, osservare quello che di più prossimo si presenta ad essi, ed elaborare le sue fantasie senza curarsi di cercare altrove; camminando, invece, il sognatore deve stare sempre all’erta, poiché non gli basta osservare, ma deve saper catturare le idee prima che esse si dileguino nella moltitudine. Continua a leggere “Farfalle lungo la Senna”

Il piccolo cielo, l’albero e la strada

Viveva, in tempi lontani, verso Occidente, nel pieno rigoglio della vita, un giovane molto buono ma pure molto stravagante. Per un nonnulla si inquietava, per un nonnulla ritornava sereno; si appartava mentre allegri gli altri si divertivano, seguendo strani pensieri. Pensieri inquieti. Pensieri bizzarri. Pensieri che poco si accordavano con la sua età.
Non aveva interesse per le ragazze, non per i divertimenti, forse neppure per se stesso. Voleva solo guardare. Guardava la strada. Guardava il cielo. Guardava gli alberi sopra la sua testa. E si rammaricava di non poter essere né strada, né cielo, né alberi. Si rammaricava in particolare di questo suo pensare continuo. Se fosse stato una strada, non avrebbe pensato così tanto; forse si sarebbe accorto appena dello scalpiccìo dei passanti sul suo manto. E più pensava a quanto sarebbe stato felice, se solo fosse nato strada, più odiava la forza misteriosa che lo spingeva a riflettere.
Era stanco di pensare: pensava da ormai vent’anni. Provò a distrarsi con lo studio; ma, come tutti sanno, esso stimola sempre più la mente. Cercò sollievo nel sonno; ma, sfuggito dalla morsa dei pensieri, era rimasto preda di quella dei sogni. Infine tentò di salvarsi attraverso lavori meccanici e ripetitivi; ma la sua mente, temprata da anni d’esercizio, in breve divenne in grado di governare contemporaneamente la mano e il pensiero. Continua a leggere “Il piccolo cielo, l’albero e la strada”