Urlare senza voce

Era questo il mio incubo più frequente, da bambina: trovarmi in una situazione in cui parlare fosse questione di vitale importanza e scoprirmi improvvisamente, incomprensibilmente afona. E quindi sforzarmi, gonfiare il collo, stirarmi con gli occhi fuori dalle orbite cercando di urlare fortissimo. Ma senza voce.

Un incubo che poco aveva a che vedere con il mio stato di bambina ben considerata, ascoltata e seguita dai grandi con cui aveva a che fare. Figlia primogenita, prima nipote femmina, coccolata dai genitori e vezzeggiata da una grande squadra di parenti adulti, lontani geograficamente ma affettivamente molto vicini.

Se ripenso alla mia infanzia, ai primi momenti più annebbiati nella memoria, la ricordo con un’immagine molto calda: un salotto, io sempre al centro, e i miei amati “grandi” di famiglia tutti attorno, intenti a ridere di una mia battuta, a stupirsi di qualche frase intelligente, o semplicemente a farmi ridere a mia volta. Quello che si fa con tutti i bambini, insomma. Eppure, dai miei due anni e nella mia ignoranza della vita, tutte quelle attenzioni e quell’entusiasmo mi apparivano eccezionali; sicché, in quanto causa scatenante, io stessa non potevo che reputarmi una creatura eccezionale.

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